giovedì 1 settembre 2016

Settembre, inizi e... spaghetti con peperoni, sesamo, acciughe e cipolle
























Settembre è il mese delle cose che cominciano: quando si era piccoli si aspettava l'inizio della scuola, all'università ricominciavano gli esami, da adulti è il mese dei ricordi delle vacanze appena terminate e del nuovo anno lavorativo da affrontare.
Settembre è sempre un inizio, in un ambiente non ancora del tutto mutato rispetto all'estate: giornate calde che niente hanno da invidiare a quelle di agosto, il mare e la sabbia sono invitanti ma si percepisce una luce in mutamento e i raggi di sole meno intensi.
Si sente la fine malinconica di qualcosa e la speranza di qualcosa che avverrà magari migliore di quello che è stato fino ad adesso. 
È il nono mese dell'anno, il nono mese, come in una maternità, l'inizio di una nuova vita.
Lo sarà sicuramente anche per me, un momento di svolta e rinascita, prospettive stravolte, confusione, cambiamenti che spazzano via tutto ciò che è stato adesso.
Sguardo necessariamente nuovo e prospettive incerte che andranno delineandosi man mano che si avvicinano.
Poche certezze, anzi forse neanche queste, un mirabolante caos a cui forse bisogna lasciarsi andare.
L'unico punto fermo rimane il sapore e il profumo delle cose e del cibo, ciò che ci permette anche di riconoscersi e ritrovarsi in momenti davvero assurdi.
Sicuramente tra le gli ortaggi per me imprenscindibili del periodo estivo ci sono i peperoni.
Qui li ho usati con il sesamo tostato, la cipolla dolce di Giarratana e il sapore marino delle acciughe. Un ottimo intingolo per degli spaghetti o qualsiasi altra pasta preferiate.



Spaghetti ai peperoni, acciughe e sesamo

2 peperoni
mezza cipolla di Giarratana
4 pomodori pixel
5 filetti di acciughe piccoli
due cucchiai di sesamo
basilico e timo
olio evo
350 g di spaghetti

Affettate la cipolla e fatela stufare con un po' d'olio. Aggiungete e fate sciogliere le acciughe. Lavate i peperoni e fateli a listarelle o a dadini. Pelate i 4 pomodori e fateli a pezzetti. Appena la cipolla è traslucida, aggiungete i peperoni, quando saranno morbidi aggiungete i pomodori. Lasciate cuocere un po' e alla fine aggiungete abbondante timo fresco e basilico.
Portate a ebollizione l'acqua e cuocete gli spaghetti. Nel frattempo tostate il sesamo facendo attenzione a non bruciarlo.
Saltate gli spaghetti nel tegame dei peperoni, date una bella girata affinchè non sia tutto ben insaporito, aggiungete ancora un po' di timo e basilico e per ultimo il sesamo, servite.

lunedì 25 luglio 2016

a chi ama il gelato e la granita racconto la storia di "Tasta"

















































In un pomeriggio di qualche settimana fa, in una Milano canicolare, ho ceduto alle lusinghe di qualcosa di fresco capace di aiutare il mio corpo a compensare l'eccesso di gradi esterni. Ed è stato così che sono entrata da Tasta in corso Garibaldi 111.
La scelta non è stata casuale, è una gelateria non solo siciliana ma di Modica, la mia città.
Nelle mie scorribande nordiche mi capita spesso d'imbattermi in locali che vantano una cucina siciliana, prodotti siciliani, pasticceria siciliana, gelati e granite siciliane.
Molto raramente, però, ho trovato prodotti all'altezza e degni della nostra tradizione, spesso mi sono vista presentare prodotti pessimi o assai dozzinali.
Per un orgoglio d'appartenenza alla mia città e attratta dalle lusinghe di un'insegna con su scritto "granite" sono entrata in questa gelateria per vedere cosa proponesse, sia per qualità di ingredienti sia per esecuzione, pronta a tirare le orecchie o a lanciare strali se fossi rimasta delusa per l'ennesima volta, anche perché in gioco c'era la reputazione di Modica.
Ebbene, appena entrata un sorriso mi ha accolto, mi sono state date indicazioni sui prodotti e sui gusti.
Senza fare nessun cenno alla mia provenienza, ho ascoltato per verificare quanto di vero ci fosse in quelle parole. Poi ho scorso i gusti delle granite e dei gelati e ho ordinato subito la granita di gelsi che purtroppo era terminata, per cui ho ripiegato, si fa per dire, su quella di fragole di Ribera e quella di mandorle di Avola.
Già dalla consistenza della granita che mi veniva offerta ho capito che stavolta il buon nome della mia città era salvo. Chi mi accompagnava ha preso una brioche con il gelato, pistacchio di Bronte e limone femminello di Siracusa, entrambi ottimi!
Densità perfette, sapore e profumo intensi e avvolgenti, tutto corrispondeva alla mia idea di gelato e di granita.
Mi sono sentita a casa già al primo cucchiaino: non ero più a Milano ma in corso Umberto, a Modica, vicino alla Chiesa di San Pietro, sulla scalinata, con lo sguardo volto al quartiere di Cartellone, tra il vocio dall'accento familiare dei passanti.


















































Tornata in Sicilia ho voluto conoscere la storia di questa gelateria già presente a ModicaMarina di Modica, Marina di RagusaMarzamemi e Bologna. E così in una giornata di luglio con il vento non tra i capelli, ma a rischio tromba d'aria, incontro Peppe Flamingo, proprietario e ideatore di Tasta.
Mentre le raffiche di vento facevano vorticare il vorticabile, Peppe comincia a raccontarmi la storia di Tasta. 
Tra l'altro, tasta deriva dal verbo siciliano tastare che vuol dire assaggiare; in questo caso, almeno io, l'ho sempre letto come una perentoria esortazione "tasta!" "assaggia!" anche se nel logo non vi è traccia del punto esclamativo, cosa lodevole.

















































Chi è modicano come me, già avrebbe dovuto capire subito dal cognome di Peppe che il gelato, in maniera quasi diretta, potesse fare parte della sua esistenza.
Flamingo è il nome che si trova stampigliato sulle cialde da cono da quando ho memoria.
Il nonno, di cui Peppe porta il nome, nel 1960 cominciò a produrre cialde da gelato che continuano a essere prodotte ancora oggi.
Così questo ragazzo, cresciuto tra il profumo delle cialde, acquisisce un'esperienza nel campo della gelateria e, dai contatti con i maestri gelatai, attinge nozioni, tecniche che lo convincono sempre di più a creare e perfezionare un prodotto diffuso e tanto amato come il gelato.
Tasta è un progetto in divenire, dinamico, in cui è implicita una continua ricerca, che tende al gelato perfetto ma, d'altro canto, si sa, la perfezione non si raggiunge mai ed è ciò che rende il tutto ancora più stimolante.
Tasta parte dal principio che il buon gelato deve essere un piacere alla portata di tutti e che può, esso stesso, essere fonte indiretta per fare del bene.
Da tale premessa il gelato di Tasta utilizza le migliori materie prime, biologiche, provenienti dal fair trade, prodotti di presidi Slow food e di eccellenza locali (il cioccolato di Modica, la mandorla pizzuta di Avola, il pistacchio di Bronte, la fragola di Ribera, il limone femminello di Siracusa) quindi da fattorie e produzioni che rispettano l'ambiente e gli animali, inoltre l'offerta dei gusti è tale per cui si trova quello senza lattosio, senza uova per chi questi ingredienti non può assumerli.
E poi, per sottolineare che il gelato fa bene non solo a chi lo mangia, Peppe mi parla, anche se con un certo pudore, di questa iniziativa di solidarietà, in atto in tutte le gelaterie del marchio, per cui l'1 per cento degli incassi va devoluto ad associazioni benefiche che operano nel territorio.
Finito l'incontro sono tornata a casa con un carico di entusiasmo e di speranza.
Peppe è un baldo giovanotto mosso da una grande passione per il gelato, ovviamente, ma anche per le cose fatte bene, con cura, fiero della propria terra ma con uno sguardo critico, aperto al mondo e al confronto. Appartiene a quelle personalità che mi danno speranza in questo luogo dal potenziale immenso che è la Sicilia, ma che è spesso e volentieri bistrattato dagli stessi suoi abitanti, da amministratori incapaci e miopi, vera causa dello stentato sviluppo di quest'isola.
Tanti i buoni motivi per andare da Tasta: ottimi gelati, ottime granite, una storia che parla di ricerca e attenzione per gli altri e per l'ambiente.


martedì 5 luglio 2016

Riflessioni sparse e... uova in cocotte con peperoni





















"C'era un tempo"...quando si comincia a pronunciare questa frase vuol dire che già un po' di anni sono passati e se ne sente il peso sulle spalle. Vuol dire che ormai si ha la prospettiva sufficiente per cogliere i cambiamenti avvenuti.
C'era un tempo in cui usavi i gettoni per telefonare dalle cabine pubbliche (e c'erano pure le cabine). C'era un tempo in cui lo sguardo e un gesto avevano la forza di sconvolgerti e non era necessario un messaggio su wa o su fb per continuare. La fisicità che si compiva in un gesto aveva un'importanza e una profondità tali da rendere inutile tutto il resto. Si usavano meno le parole perchè non vi erano così tanti mezzi come oggi per comunicare.
La mia percezione è che all'immediatezza di relazioni di oggi non corrisponda una consapevolezza dei gesti e delle parole che si usano nell'instaurarle. Questo può creare una visione assai superficiale della realtà senza che si abbia un'effettiva cognizione di ciò che si fa e che si dice.
Quando non si riconoscono più certi comportamenti fintanto da sentirli estranei ma a essi si è chiamati ad adeguarsi, giunge il momento di un cortocircuito momentaneo fino a quando non avviene una necessaria mediazione tra i codici conosciuti e quelli nuovi.
Penso che in questa continua mediazione stia l'unico modo per cercare di comprendere i tempi che si vivono. E forse è anche il momento in cui acquisisci la consapevolezza che da adesso in poi questo processo avverrà sempre più spesso.
Nulla ci dovrà spaventare anche a costo di una immane fatica, nulla, anche quando si sarà chiamati a comprendere le cose più buie e atroci che la vita sottopone. L'importante, in questo continuo processo di mediazione, non rinnegare i codici basilari che ci hanno formato.
Non so cosa c'entri tutto questo con una ricetta di uova e peperoni, ma tant'è...  di ricette so parlare e scrivere e sicuramente questa maniera di comunicare attraverso un blog "un tempo non c'era".

Uova in cocotte con peperoni

5 peperoni di tipo "cornetto"
4 uova
una piccola cipolla
timo
maggiorana
olio evo
sale
pepe

Affettate la cipolla. Lavate i peperoni e ricavatene delle falde.
In una padella mettete un cucchiaio d'olio, fate imbiondire la cipolla, aggiungete i peperoni.
Appena le verdure saranno ammorbidite, salate e aggiungete le foglie di timo e maggiorana.
Accendete il forno a 170°C. Prendete una teglia rettangolare capace di contenere 4 cocottes.
In ogni cocotte mettete un po' di peperoni, un uovo e un pizzico di sale.
Sistemate le 4 cocotte dentro la teglia più grande e riempitela di acqua calda fino a raggiungere la metà delle cocotte.
Lasciate in forno per 5/8 minuti da quando l'acqua della teglia comincia a bollire.
Servite con pepe e crostini o triangoli di pane arabo.

martedì 28 giugno 2016

tempo di more e... muffins alle more, nocciole e cannella






































In auto, tra strade di campagna cotte dal sole, cicale che cantano beate, muri che segnano il paesaggio e su cui si arrampicano i rovi. Una giornata di fine giugno, molti anni fa, quando tutto era da scrivere in direzione di un sogno, di un'emozione che riempiva il cuore e lo placava, finalmente.
Frutti piccoli, turgidi e scuri spiccavano tra le spine e le foglie scure. Bastò uno sguardo e subito fermasti l'auto. Scendemmo e cominciammo a raccogliere le more: quanta felicità in quel dono inaspettato, non programmato, spontaneo. I nostri sorrisi, leggeri e infantili, contenti di graffiarci con le spine e di farci incantare dal gusto aspro e profumato. Ne raccolsi qualcuno in più in modo da portarne a casa con l'idea di fare un dolce.
L'indomani andammo al mare e portai dei mini strudel con le more e le nocciole così da fare merenda dopo il bagno. Al gusto delle more, delle nocciole e della cannella si aggiunse il gusto del sale.
Sono passati 15 anni, da quando tutto sembrava possibile, tutto sembrava superabile, nessuna difficoltà ci rabbuiava, ci distruggeva fino trasformarci in peggio, irriconoscibili.
Ma le more maturano tutti gli anni e non sono le stesse di quella strada di tanti anni fa. Le ho raccolte mentre, da sola, viaggiavo con la mia auto e ricordai quel momento. Ho voluto assaporare di nuovo quel gusto aspro e ho pensato di farci un dolce anche stavolta ma non avevo modo di fare gli strudel e ho fatto dei muffin mantenendo però gli stessi ingredienti: il gusto rotondo delle nocciole  e il profumo avvolgente della cannella.  Non sono andata al mare, il gusto salato l'ho appena percepito da una lacrima che scivolava via discreta mentre la mia testa andava a quel giorno lontano, 15 anni fa.








































Muffins alle more e nocciole alla cannella

200g di more
150 g di zucchero di canna
100g di nocciole tostate
200g di farina 00
10g di levito per dolci
90g di burro
2 uova
250g di yogurt
30ml di latte intero
un pizzico di sale
due cucchiaini di cannella

Accendete il forno a 170°C.
Se le more sono grandi dividete in due lasciandone 6 per la decorazione.
In untegame fate andare le more con parte dello zucchero e una noce di burro e la cannella.
Quando cominceranno a fare un po' di liquido e diventeranno morbide, spegnete e lasciate raffreddare.
Fate fonder il burro rimanente e lasciate raffreddare.
Tritate le nocciole non troppo finemente.
In una terrina montate le due uova con il pizzico di sale, aggiungete lo yogurt e il latte.
in un'altra terrina mettete la farina setacciata con il lievito e la farina di nocciole, mescolate e aggiungete gli ingredienti liquidi. Amalgamate per bene e aggiungete la composta di more.
Riempite lo stampo da muffin e dividete a metà le more rimaste che collocherete su ogni muffiin.
Mettete in forno per 20 minuti circa.




martedì 21 giugno 2016

Estate, tanta frutta...e composta di albicocche alla lavanda






























Arrivata l'estate arriva tanta frutta, soprattutto arriva la frutta che io amo di più: fragole, ciliegie, albicocche, pesche, lamponi.
Il problema che spesso se ne compra più di quanto si riesca a consumarne perché, almeno nel mio caso, mi faccio sedurre dai colori: mi piace riempire piatti e fruttiere con questi piccoli capolavori colorati. Sì, sono proprio schiava dell'estetica.
Ma quando mangiato il giusto ne avanza sempre un po', io ne faccio della composta da consumare nel giro di qualche giorno, magari dentro uno yogurt bianco o spalmata su del pane tostato o per accompagnare dei formaggi freschi.
Così, come ho fatto con le fragole qui, ho pensato di farlo con le albicocche profumando il tutto con la lavanda, che cresce in giardino, e un'idea di pepe di Sichuan che dà sempre un po' di brio. L'abbinamento potrà sembrare insolito ma vi assicuro che è assai buono.

Composta di albicocche alla lavanda

500g di albicocche
125g di zucchero a velo (non vanigliato)
un cucchiaino di succo di limone
6 rametti di lavanda
pepe di sichuan (facoltativo)

Lavate le albicocche. Fatele a pezzetti e mettetele in una casseruola con lo zucchero, il succo di limone e i fiori di lavanda che avrete liberato dai rametti.
Fate andare a fuoco basso, controllando continuamente (non distraetevi) fino a quando non comincia e bollire. Da quel momento dovrebbe addensarsi un po'. Spegnete e dopo qualche minuto date una bella macinata di pepe di Sichuan. Mettete in vasetti e conservate in frigo. Va consumata in massimo tre giorni.


martedì 14 giugno 2016

due eccellenze iblee s'incontrano e...mousse di ricotta con cioccolato di Modica











































Dico sempre e lo ripeto con convinzione, che ho avuto una grande fortuna a nascere in questo angolo di Sicilia.
Sembra che qualcosa di magico abbia favorito questo territorio. Per la bellezza e per la ricca biodiversità la cui naturale conseguenza è una consolidata e viva cultura gastronomica.
Per chi come me ama cucinare è molto facilitato: tale è la varietà e la qualità eccellente di materie prime e prodotti che risulta difficile non preparare qualcosa di buono.
Anche un semplice dessert dell'ultimo momento, quando arrivano ospiti improvvisi o quando irrefrenabile è la voglia di qualcosa di dolce, diventa un'occasione per combinare insieme ingredienti di qualità per un risultato finale sorprendente.
Nella non-ricetta* che vi propongo utilizzo la ricotta vaccina iblea e il cioccolato di Modica.
La prima è un prodotto che arriva dal latte delle mucche che pascolano sull'altopiano ibleo poi sapientemente lavorato dal casaro. Dopo aver assicurato la produzione del formaggio Ragusano (altra delizia) si lavora il siero residuo con l'aggiunta di latte e, raggiunta la temperatura, ecco affiorare quei fiocchi soffici dal sapore e dalla consistenza unici.
Il cioccolato è una tradizione che sicuramente ci appartiene da molto meno tempo e circoscritto alla città di Modica. L'apparizione di tale leccornia risale al periodo della dominazione spagnola per poi diventare davvero tradizionale, nelle case di alcune famiglie modicane, solo nell'800. Fatto sta che la lavorazione a freddo e senza aggiunta ulteriore di burro di cacao, lo rende unico nel panorama dell'arte cioccolatiera europea.
Adesso non vi resta che venire a esplorare questo territorio e di lasciarvi sedurre non solo  dalle tentazioni gastronomiche che esso offre ma anche dalle città barocche e da quel paesaggio fatto di grandi vallate e colline costellate da carrubi, ulivi e mandorli che degradano dolcemente al mare.
* si chiama non-ricetta quella combinazioni di ingredienti che in maniera veloce e semplice (preferibilmente senza cottura) porta alla realizzazione di un piatto


Mousse di ricotta con cioccolato di Modica

500g di ricotta vaccina
90g di zucchero
100g di cioccolato di Modica alla cannella
una manciata di mandorle tostate

In una terrina montate, con l'aiuto di una frusta, la ricotta con lo zucchero. Riducete a scaglie il cioccolato e incorporatelo in parte nella ricotta. Sistemate nel piatto che userete per servirla (potreste usare dei contenitori monoporzione) e fate riposare in frigo almeno 2 ore.
Al momento di servire, cospargete la superficie con il resto del cioccolato e con i filetti ricavati dalle mandorle tostate.



martedì 7 giugno 2016

letteratura in cucina: Achille Campanile...e calamari, che si credono seppie, con i piselli





















Quando l'altro giorno mi recai dal pescivendolo per preparare questa ricetta fui sorpresa di leggere il cartello con la scritta seppie perché mal si addiceva al contenuto della vaschetta: a me sembravano calamari, anzi non avevo dubbi, l'aspetto era più allungato e non vi era nessuna traccia del "nero". Il pescivendolo insisteva nel dire che fossero seppie nonostante le mie garbate osservazioni. Mi sembrò di essere la protagonista di un racconto di Achille Campanile, scrittore del nonsense, del paradosso. In uno dei suoi libri più divertenti, una raccolta di racconti dal titolo "Asparagi e immortalità dell'anima" BUR editore,  lo scrittore, umorista, giornalista, dedica un suo racconto a un classico della cucina italiana, le seppie con i piselli.
E io proprio quello volevo cucinare, le seppie con i piselli! Pagai e tornai a casa. Lì ebbi la conferma delle mie convinzioni: nel pulire la finta seppia non trovai né la sacca del nero ma soprattutto non trovai l'osso della seppia (giusto ricordare a questo punto il grande poeta Montale con la sua raccolta di poesie per non fare torto a nessuno) bensì la cartilagine sottile, il c.d. calamo tipico del calamaro.
Ebbene ecco a voi il classico della cucina italiana del periodo di primavera, quando al mercato si trovano i piselli e il mare è pieno di seppie (e anche calamari). Qui reinterpretato con un sentore di arancia (le ultime del mio albero), con una cottura al vapore, veloce e delicata, del calamaro/seppia.
Prima della ricetta vi lascio le battute finali del racconto di Campanile
"Da questo momento i loro destini sono legati. Nel primo istante c'è un po' di freddezza, ma dopo poco, bon gré mal gré, s'accordano a maraviglia. Insieme vengono scodellati, insieme arriveranno a tavola, insieme verranno assaporati e lodati, né cercheranno di sopraffarsi l'un l'altro.
Consummatum est. Rientrano nel tutto. Hanno percorso fino in fondo le traiettorie del loro lungo viaggio e delle loro brevi vite che, con un'effimera fosforescenza nel buio dell'universo, si sono incontrate, fuse e spente."
da Seppie coi piselli racconto che si trova nella raccolta Asparagi e immortalità dell'anima, edito dalla BUR.

Seppie/calamari su passata di piselli al profumo d'arancia

4 seppie o 3 calamari
600g di piselli al netto dei baccelli (e di quello che mangio mentre li pulisco)
un'arancia
un cipollotto
un aglio fresco
6 rametti di timo e 2 foglie di alloro alloro
pepe nero
olio evo
sale

Pulite il pesce da cartilagini varie, sciacquatelo e tamponatelo con della carta da cucina. Fate a pezzetti i tentacoli e ad anelli o listarelle il corpo centrale.
In un tegame largo fate imbiondire il cipollotto e l'aglio fresco fatto a fettine con dell'olio. Aggiungete una foglia di alloro e 4 rametti di timo. Dopo qualche minuto aggiungete i piselli, fate insaporire e poi coprite con dell'acqua bollente.
In una pentola, dove poi collocherete il cestello per la cottura a vapore, fate bollire dell'acqua con la scorza dell'arancia, la foglia di alloro e due rametti di timo. Raggiunta l'ebollizione, rivestite il cestello con della carta forno e adagiatevi il pesce. Coprite con un coperchio e lasciate così per 3 minuti, non di più, altrimenti le fettine di pesce diventeranno gommose.
Tirate su il pesce e mettetelo in una ciotola. Fate leggermente raffreddare l'acqua del vapore, aggiungete il succo di mezza arancia e con essa riempite la ciotola fino a coprire il pesce.
Appena i piselli saranno cotti, passateli al mixer e aggiustate la consistenza con l'acqua che avete usato per il pesce.
Servite il passato in ciotole individuali con su le seppie o i calamari, scolati dalla marinata. Spolverizzate con pepe nero e un filo d'olio evo.










martedì 31 maggio 2016

Semplice come la pasta fresca...gnocchetti al pesto di cime di rapa























Non abbiate paura della pasta fresca! Quando si parla di pasta fresca si pensa che sia una cosa complicata e soprattutto lunga da fare. Certo, se bisogna sfamare otto persone e si pensa a un formato come le orecchiette o le busiate che trovate qui, magari comincia a essere davvero impegnativo.
Ma se si è in quattro e si opta per un formato semplice, senza uova, come possono essere gli gnocchetti o cavatelli (così si chiamano dalle mie parti) tutto diventa abbastanza facile. Può essere un'occasione per coinvolgere i propri bambini e divertirsi insieme la domenica mattina.
In abbinamento ho usato un condimento che si prepara assai velocemente cioè un pesto, in questo caso ho usato delle cime di rapa che avevo scottato la sera prima e che ancora si trovano al mercato anche se cominciano a essere rare. Comunque potete fare quello classico al basilico o quello siciliano con i pomodori freschi e secchi, mandorle e basilico (mi accorgo solo adesso che non l'ho mai pubblicato, eppure è uno di quei condimenti che uso spesso e mi risolve le cene o i pranzi improvvisati) da preparare mentre cuoce la pasta.
Negli gnocchetti della foto ho usato farina integrale di semola di grano duro per il 70% e semola di grano duro per il restante per avere un effetto più rustico al gusto. Voi regolatevi come preferite, potete miscelare altre farine ma vi consiglio di mantenere sempre una buona percentuale della semola che dà maggiore struttura alla pasta e rimane così molto al dente.

Gnocchetti integrali al pesto di cime di rapa

210g di farina di semola di grano duro integrale
90g di semola di grano duro
acqua q.b.
sale
un cucchiaio d'olio
 per il pesto
un fascio di cime di rapa
uno spicchio d'aglio
10 pomodori ciliegino secchi + 10 per servire
10 mandorle tostate
30g di ricotta salata
30g di grana padano
la punta di un peperoncino
olio evo

In una spianatoia miscelate le due farine, al centro mettete un po' d'acqua e scioglietevi un cucchiaino scarso di sale. Cominciate a intridere la farina con l'acqua ea aggiungete acqua fino ad ottenere un impasto non troppo duro ma sodo, Lavorate 5 minuti, fate una fossetta e versate l'olio e riprendete a impastare per altri 5/7 minuti. Lasciate riposare avvolto nella pellicola per 30 minuti.
Nel frattempo pulite le cime di rapa, lavatele e portate a ebollizione dell'acqua salata. Sbollentate le cime di rapa. Prendete un tegame e fate scaldate l'olio con l'aglio, il peperoncino e i primi 10 pomodorini secchi. Dopo qualche minuto unite le cime di rapa, conservando l'acqua di cottura che servirà pe cuocere la pasta. Fate andare per circa 10 minuti, spegnete e lasciate raffreddare.
Infarinate la spianatoia, riprendete l'impasto e ricavatene dei pezzi di circa 50g ciascuno, e formate come dei salsicciotti o bastoncini, tagliatene un pezzettino per volta e con l'indice premetelo contro la spianatoia. Altra opzione potrebbe essere quella di usare un rigagnocchi o i rebbi di un forchetta debitamente infarinata, su cui far scivolare, sempre esercitando una certa pressione, il pezzetto di pasta. Ecco a voi il cavatello o lo gnocchetto.
Completate la formatura della pasta, portare a ebollizione l'acqua di cottura delle cime, appena bolle buttatevi la pasta e calcolate una decina di minuti, dipende se vi piace una consistenza più intensa o meno.
Mentre cuoce la pasta mettete nel bicchiere del mixer i formaggi, le mandorle tostate e date un primo giro. Dopo unite le cime di rapa e olio quanto basta.
In una terrina condirete la pasta ormai cotta con il pesto appena preparato e prima di servire completerete con gli altri pomodori secchi che avrete fatto a filetti e fatto rinvenire in in un padellino, con un po' d'olio, in modo da diventare quasi croccanti.





martedì 24 maggio 2016

ricordi di famiglia che profumano di fiori e...crostata alle rose con ricotta e violette candite


























Questo post potrà risultare molto lungo, è giusto che vi avvisi per tempo. Potete fare un salto e passare subito alla ricetta.
Parlerò di una storia che risale a tanti anni fa, agli anni '50. Ha per protagonisti la mia adorata nonna, Maria e il mio, mai conosciuto, ma amato ugualmente, nonno Ludovico.
La città di Firenze è sullo sfondo con le violette candite di una famosa confetteria e l'amico fraterno, Francesco, di mio nonno. Troviamo anche Modica con le sue strade ancora polverose e i riti di una classe sociale ormai scomparsi.
Era un tempo in cui la scrittura era l'unico mezzo per comunicare a distanza: bigliettini d'invito per ricevere in casa, per ringraziare o porgere semplici saluti o auguri, si scrivevano le lettere, magari ogni giorno, per sentire più vicino il proprio caro che magari si trovava lontano.
Questo era il caso di mia nonna e mio nonno: durante i viaggi che portavano spesso mio nonno fuori Modica, iniziava un fitto carteggio. L'importante non era aspettare le lettere di risposta, la scrittura soddisfaceva un bisogno di comunicare e condividere con l'altro momenti e pensieri così da non dimenticare quell'intimità, complicità che altrimenti si sarebbero perse nel tempo trascorso durante il periodo della lontananza.
Mio nonno si recava a Firenze sia per affari ma anche per una fraterna amicizia con il Conte Francesco della Torre. Su quello che combinavano insieme, mio nonno lontano dalla famiglia e il suo amico, scapolo impenitente, preferisco sorvolare, ma posso dire: povera nonna!

mercoledì 18 maggio 2016

a volte basta poco e...linguine con asparagi selvatici e limone






























A volte basta davvero poco per essere felici o per trovare quella serenità che ci permetterebbe di godere di ogni momento della vita? Chissà, non saprei rispondere a questa domanda, a volte ho come la sensazione che meno si pretende dalla vita meno la vita ti dà o te lo dà male, quasi a punirti di aver osato chiedere anche quel poco stesso. E se alle domande esistenziali non so rispondere esaurientemente in quanto navigo a vista, assecondando la natura relativa dell'essere umano, in quel microcosmo che è la cucina mi sento molto più a mio agio e un piatto squisito che dà soddisfazione massima si può combinare in poco tempo, senza pretendere chissà quali ingredienti ma mettendosi in sintonia con ciò che ci sta intorno, con la stagione, i banchi del mercato e i colori che amiamo.
Così gironzolando per il mercato si trova il verde degli asparagi selvatici (detta al Nord anche asparagina), dei bei limoni gialli e il bianco-verde cipollotti: un contorno o un condimento per la pasta, profumato e gustoso, è subito fatto.
Ho usato le linguine stavolta ma stanno benissimo, e quasi li preferisco, dei tagliolini all'uovo, quindi se avete più tempo e osate chiedere di più alla vita, concedetevi il tempo di preparare della buona pasta all'uovo.

Linguine con asparagi e limone

400g di linguine
un mazzo di asparagi selvatici
un limone non trattato
un cipollotto
pepe nero
olio evo
sale

Portare a ebollizione dell'acqua in una capiente pentola. Pulire gli asparagi, scartando la parte legnosa, affettando la parte più tenera ma lasciando da parte le punte. Pulite il cipollato e affettatelo finemente.
Buttate quindi la parte centrale dei gambi nell'acqua e lasciate cuocere per una decina di minuti. Nel frattempo in un tegame mettete dell'olio evo e il cipollotto che dovrà diventare traslucido, ad esso aggiungete la parte centrale degli asparagi che tirerete su dall'acqua. Lasciate cuocere insieme per qualche minuto.
Dell'acqua in cui avete fatto cuocere gli asparagi conservatene una parte e diluitela con dell'altra acqua, portate a ebollizione, salate mettete a cuocere le linguine.
Qualche minuto prima di spegnere l'intingolo con gli asparagi, aggiungete le punte messe da parte, un cucchiaio di succo di limone e spegnete.
Scolate le linguine, ma non troppo e trasferitele nel tegame assieme agli asparagi, ripassate il tutto per qualche minuto, grattugiate tutta la scorza del limone e macinate abbondante pepe nero, servite.



venerdì 6 maggio 2016

Liguria chiama Sicilia e... farinata al finocchietto




























Se noi in Sicilia abbiamo le Panelle, tipico cibo da strada palermitano a base di farina di ceci, in alcune regioni d'Italia quali la Liguria, la Toscana e il basso Piemonte, la stessa farina viene utilizzata per la Farinata: somiglia a una pizza enorme, per la forma circolare, molto sottile, infatti lo spessore non supera un cm, poi cotta in teglie di ferro ben unte e messe in forno. Viene poi servita a spicchi, ancora calda, cosparsa di tanto pepe nero. 
La differenza con le panelle è che queste ultime si preparano con una previa cottura della farina con dell'acqua fino a raggiungere la consistenza di una polentina che poi viene stesa rapidamente su un piano unto a uno spessore sottile, da qui tagliata in rettangoli o a losanghe e tuffata in olio bollente. 
Le panelle si usa aromatizzarle con il prezzemolo o con i semi di finocchio, servite con succo di limone a farcitura di un bel panino.
Io ho pensato di utilizzare il metodo di cottura della farinata ma con un'impronta molto siciliana, usando il finocchietto: sia l'acqua di cottura sia la sua "chioma".
Accompagnata da una buona insalata di pomodori diventa un'ottima soluzione per un pasto ben bilanciato ma ad alto tasso di soddisfazione.


Farinata di ceci al finocchietto

200g di farina di ceci
600g d'acqua
un mazzo di finocchietto (circa tre etti)
4 cucchiai d'olio evo + uno per la teglia
pepe nero
sale

Lessate il finocchietto in abbondante acqua salata. Scolatelo e tritatelo finemente con la mezzaluna. Mettete da parte l'acqua di cottura e fate raffreddare completamente.
In una ciotola stemperate con una frusta la farina di ceci con l'acqua di cottura del finocchietto ormai fredda: versatela gradualmente in modo da scongiurare la formazione di grumi. 
Amalgamate bene, unite due pizzichi di sale, aggiungete i 4 cucchiai d'olio, date una bella mescolata, aggiungete il finocchieto tritato, mescolate ancora e lasciate riposare coperto per almeno tre ore o sarebbe meglio tutta la notte.
Dopo il riposo vi accorgerete che sarà affiorata come una schiumetta, voi prelevatela con un schiumaiola.
Accendete il forno alla massima temperatura per almeno 20 minuti. 
Prendete la leccarda del forno o una teglia di metallo della stessa dimensione, ungetela con il cucchiaio d'olio e versate la pastella.
Lasciate cuocere fino a quando la farinata non avrà i bordi ben dorati.
Servite calda con del pepe nero.


martedì 19 aprile 2016

fare di una scocciatura un'opportunità e...pesto di ortica (e intanto sono 5 anni di blog)























Questa è la prima volta, dopo tanto tempo che ricordo l'anniversario del mio blog, per la precisione 5 anni. È stato un caso che proprio oggi pubblicassi una ricetta.
Questa coincidenza la prendo come un buon augurio, per me, per chi passa da qui, per questo blog che ho trascurato assai in passato.
Adesso passiamo alla ricetta con l'ortica ma non prima di augurare Buon Compleanno, caro blogghino.
Non è la prima volta che utilizzo l'ortica in cucina. Già un po' di anni fa la utilizzai per un pane profumatissimo e a volte la metto nei ravioli di ricotta.
L'ortica, la regina delle infestanti in ogni giardino, assai odiosa per via di quel fastidioso bruciore che arreca alla pelle se la si sfiora, è a sorpresa un'erba gustosa che ricorda un po' gli spinaci e un buon tè verde.
Quando siete in giardino e dovete, chinati con i guanti tirarla via, la predisposizione d'animo verso questa operazione potrebbe essere assai diversa se si sa che, dopo la fatica, potremmo deliziarci con un buon piatto di pasta o di riso con il pesto di questa erba così antipatica, non trovate?
Va sbollentata per qualche secondo prima del suo utilizzo poi si procede alla preparazione della ricetta.
Limone, aglio novello (motivo in più per amare la primavera), mandorle tostate, pinoli e grana: sapori di carattere ma freschi al palato per esaltare il gusto dell'ortica.
Comincerete ad amarla e aspetterete con ansia il momento in cui infesterà il vostro giardino.
                                                                                                                 
                                                                               

















 Pesto di ortica

Un bel fascio di ortica
50g di grana 
una manciata di mandorle
una manciata di pinoli
un pezzetto di aglio novello
scorza di mezzo limone
2/3 grani di pepe nero
olio evo
Variante  per la pasta:
quattro acciughe 

Preparate una bacinella con dell'acqua fredda e del ghiaccio. Mettete a bollire in una pentola abbastanza acqua, salate e tuffatevi per 1 secondo l'ortica (non di più), scolatela e buttatela nell'acqua gelida. Mettetela a colare per una mezz'ora in un colapasta.
Nel mixer mettete il pezzo di grana, l'aglio e date un primo giro. Proseguite aggiungendo i grani di pepe, pinoli e mandorle. Date un bel giro cominciando ad aggiungere olio, unite la scorza di limone fatta a pezzetti. date ancora qualche giro e alla fine aggiungete l'ortica con un pizzico di sale.
E la vostra vittoria sull'ortica è servita.
Potete usarlo per condire del riso bollito, per delle tartine, per condire delle patate lesse, o per un bel piatto di linguine. In tal caso vi consiglio di far sciogliere qualche acciuga in un tegame in cui poi fare saltare la pasta per qualche secondo. Dopo mettetela in una terrina in cui vi è già il pesto ad aspettarla. 

martedì 12 aprile 2016

vi piace il cioccolato e vi piace giocare? ecco a voi Shockino










































Siete golosi e giocherelloni?
Siete amanti del cioccolato ma con una spiccata personalità in fatto di gusti?
Vi piacciono le praline ma spesso non riuscite a trovare quella che sognate da tempo?
Beh, a questo punto vi devo annunciare che è arrivato Shockino.
Questo nuovo modo di concepire e fruire il piacere del cioccolato è stato presentato presso Minotti Cucine in occasione della settimana del Salone del Mobile di Milano.
Non è la banale scatola di cioccolatini da regalare alla zia. No, non è neanche la solita scatola di cioccolatini da mangiare nei momenti di disperazione. No, non è neanche la solita scatola di cioccolatini del marchio super figo che poi "sì va beh, ecco, tutto buono ma...
Shockino è qualcosa di più, un percorso ludico, sensoriale, creativo.
La confezione ha un foglio che illustra come procedere; in essa si trovano, inoltre, delle schede con indicazione delle origini delle materie prima utilizzate; tutto è curato nel minimo dettaglio.
A seguire vi do l'elenco delle parti, dei gusti e una breve spiegazione di come funziona.

          
             6 BASI
- Cannella del Madagascar
- Nocciola di Giffoni
- Arancia di Sicilia
- Tintilia del Molise
- Peperoncino di Calabria
- Mirto della Sardegna











                                   
                                  6 ANELLI

                          - Menta di Pancalieri
                          - Bergamotto di Calabria
                          - Maraschino del Veneto
                          - Latte
                          - Gianduja
                          - Fondente 80%
     
           6 CORONE

- Caffè monorigine del Guatemala
- Noce di Sorrento
- Liquirizia di Atri
- Pinolo di Pisa
- Nocciola del Piemonte
- Pistacchio di Bronte






Prendete la base (quello tondo con il perno centrale) scegliendola tra i sei gusti disponibili, a essa aggiungete un anello scegliendo il gusto, secondo la vostra preferenza, che meglio si addice alla base, e infine chiudete il tutto con una corona che completa con la sua consistenza crunchy che rende ancora più sfiziosa la degustazione.
Divertente come un gioco (si torna un po' bambini), bello da vedere (non a caso ha ricevuto una Menzione d'onore al Compasso D'Oro Award 2015 grazie al lavoro dei designer Piergiorgio Carrozza e Gabriele Cossu), buono da mangiare (maestri cioccolatai alla terza generazione quelli del laboratorio artigianale molisano D'Abate senza contare le materie prime di grande qualità con un'attenzione speciale alle eccellenze del territorio italiano).
Avrete ben 216 combinazioni di gusti possibili, insomma non ho altro da dirvi che ENJOY!

un piatto in cui ci si sporca le dita e...carciofi ammuddicati con la scorza di limone


Periodo di carciofi e quindi aspettatevi tante ricette con questo bizzarro ortaggio, dal gusto dolce e inconfondibile. Io lo abbino sempre con il timo e la maggiorana e a volte un po' di menta.
Nella tradizione siciliana esiste una ricetta assai comune che per tutta l'isola ha delle varianti ma che alla base, oltre ai carciofi lasciati interi, trova il pangrattato, l'aglio, il prezzemolo e del formaggio stagionato grattugiato, come pecorino o caciocavallo ragusano.
Altre versioni prevedono il pomodoro o delle uova sbattute messe in cima in modo da formare un coperchietto. 
Mi occorre l'obbligo d'informarvi che si tratta di un piatto che non può essere consumato con le posate e che obbliga il commensale, oltre all'uso delle mani, a gesti poco ortodossi per l'etichetta della tavola (ogni foglia del carciofo va staccata e messa tra i denti per tirare via la polpa e il condimento). Ma tant'è che siamo di fronte a una ricetta molto saporita e quindi, evitiamo di offrirla in caso di una cena con ospiti, e godiamocela in famiglia.

Io vi presento la versione più semplice ma con alcune modifiche, perché oltre a sostituire il prezzemolo con timo e maggiorana, ho aggiunto una scorzetta di limone e un po' di acciughe fatte sciogliere assieme all'aglio.



















Carciofi ammuddicati

8 carciofi
150g pangrattato
50g di formaggio grattugiato (pecorino o ragusano)
rametti di maggiorana e timo
uno spicchio d'aglio
10 acciughe
un limone
olio evo
sale
pepe nero

Prendete i carciofi e togliete appena le foglie più esterne, privateli dei gambi che sbuccerete e metteremo poi in pentola assieme ai carciofi.
Mettettetli a bagno in acqua e limone.
Nel frattempo, tritate finemente l'aglio che metterete in una casseruola assieme alle acciughe e un goccio d'olio. Dovrà risultare una cremina non troppo densa, facile da irrorare sui carciofi, in caso aggiungete dell'olio. Alla fine unite la buccia grattugiata del limone.
In una padella antiaderente fate tostare il pangrattato con un poco d'olio. Mettetelo in un piatto assieme alle erbette aromatiche tritate, al pepe e al formaggio grattugiato.
Prendete i carciofi, sgrondateli dall'acqua in eccesso e sbatteteli un po' sul piano di lavoro in modo di aprire un po' le foglie e accogliere il condimento. Con un  cucchiaio o con la mano, spolverizzateli con il pangrattato poi, con un cucchiaio, prendete il condimento all'acciuga e date un giro in modo che irrori bene ogni interstizio tra le foglie. Continuate con altro pangrattato e sistemate ogni carciofo ormai farcito in una casseruola capace di contenere tutti i carciofi messi "in piedi". Aggiungete i gambi messi da parte.
Riempita la casseruola, mettete al fondo un po' di acqua e un po' di olio, circa due dita, e date una spolverata abbondante di formaggio sui carciofi. Mettete il coperchio e lasciate cuocere per circa 20 minuti a fuoco minimo. Di tanto in tanto controllate che il liquido del fondo non si sia asciugato, in tal caso rabboccate.
Servite tiepidi.


lunedì 11 aprile 2016

ArchiChef Night 2016-Milano, quando cibo e architettura s'incontrano
























Mercoledì 6 aprile, nello spazio del ristorante "The Stage" (Mad Men style e per questo bellissimo)  in piazza Gae Aulenti a Milano, al piano superiore dello Store di Replay, si è svolta la cena in cui 5 studi di architettura hanno potuto sperimentare le loro 5 ricette, il tutto coadiuvato dagli chef del ristorante, Angelo Mancuso e Giovanni Filomeno.
L'iniziativa, che si chiama ArchichefNight che ha visto anche quest'anno una numerosa partecipazione, è ideata e promossa dall'agenzia Towant. 
Milano è stata la città da cui è partita l'edizione 2016, per poi proseguire a Roma a maggio, Londra a luglio, Palermo a ottobre, Bolzano a dicembre.
L'architettura, il design sono sempre stati amici della cucina: ideazione e progettazione degli strumenti e degli spazi ma, anche nell'ambito ancora più specifico, quello delle ricette, dei piatti come nel caso del food design che nasce già nell'Ottocento come esigenza dell'industria alimentare per ottimizzare il packaging.
Il cibo visto come possibilità di un progetto (ricetta) o come progetto esso stesso (singolo ingrediente)  in tal senso Bruno Munari diceva dell'arancia:  "l’arancia è un oggetto quasi perfetto dove si riscontra l’assoluta coerenza tra forma, funzione, consumo."
Incontro, quindi, quasi necessario tra questi due aspetti della nostra vita e che, a livelli diversi, sono capaci di condizionarla.
Del resto, cucina e architettura, sono accomunate da un unico obiettivo, quello di far stare bene le persone e per ciò non si può prescindere, in ambedue i campi, da Creatività, Estetica e Cura












































Cinque studi per cinque ricette. Cinque idee, tutte originali che seguono un' ispirazione antropologica, sentimentale, di semplice golosità, di un divertissement per non prendersi molto sul serio o ludica. Il vincitore lo scoprirete alla fine!

Naviglio di Levante dello studio Alberto Gigli Architetto
Questa ricetta nasce dall'amore che i due soci, Alberto Gigli e Stefano Scianamé, hanno per l'Adriatico, mare di cesura tra Oriente e Occidente, Nord e Sud d'Italia e che idealmente si unisce a Milano attraverso il Naviglio di Levante:
Lasagne di pasta fillo colorata allo zafferano, inframmezzate da una crema di ricotta di capra, cime di rapa, finocchietto, timo e salvia, fritta o essiccata a ricordare il trabucco, e un rivolo di pbrodetto di pesce all'anconetana.

Torta Sacher scomposta dello studio Peter Pichler Architecture
Questa reinterpretazione di un classico della pasticceria viennese è proposta da Peter che vissuto tra Bolzano, dove è nato, e Vienna dove conseguirà la sua laurea, non poteva non pensare a questa torta ricca e sontuosa nei sapori ma semplice e rigorosa nell'apparenza. Così Peter ha pensato bene di scomporla, modificandone anche le consistenze. Diverse strisce alternate di mousse al cioccolato e crema pasticciera l'albicocca accolgono dei triangoli di gelatina di albicocca, del crumble di pan di Spagna al cioccolato speziato, albicocche essiccate alla vodka e foglie di menta.













gli chef in piazza Gae Aulenti - credits Luca Trevisani


La strana coppia: caviale di pepe e limone su tartare di ricciola al profumo di arancia e finocchi
proposta dallo studio Progetto CMR. Questa ricetta parte da un pensiero che si basa sullo stupore (sfere di limone e pepe) sull'internazionalità (un piatto che va bene per qualsiasi cultura) e sulla filosofia crudista (gli ingredienti di prima qualità sono tutti crudi).
Cubetti di ricciola, accolgono una fetta d'arancia su cui si adagia del finocchietto selvatico che anticipa fettine di finocchio, a completare sfere di limone e pepe. Tutto il piatto è condito con un'emulsione di salsa di soya e olio evo.
The DINN!er dello studio DINN!. Un'idea semplice che dà massima libertà al commensale che potrà scegliere tra due tipologie di stile gastronomico: italiano o fusion, a loro volta suddivise in delicato e deciso. Un piatto di risotto in bianco, dal gusto neutro, servito con queste quattro opzioni:
Italiano Deciso: Seppia, Asparagi e arancia
Italiano Delicato: Gambero Blu, Vaniglia e Limone
Fusion Deciso: Salmone, Avocado e Wasabi
Fusion Delicato: Ricciola, Alga Wakame e saké










credits Luca Trevisani














credits Luca Trevisani


Hannibal dello studio C14. La ricetta ha come base il controfiletto di cervo, animale simbolo del logo dello studio, da qui l'idea che il commensale mangerà simbolicamente i membri dello studio stesso.
Il controfiletto di cerco è marinato nella Tequila e nel succo di lime (mi viene il sospetto che i componenti dello studio amino i Margarita), coriandolo e spezie, servito con una crema di cipolle rosse, topinambur, acciughe, mirtilli e accompagnato da dadi di polenta grigliata.













credits Luca Trevisani




The winner is Torta Sacher scomposta dello studio Peter Pichler Architecture



lunedì 4 aprile 2016

melograno e pomodori e...insalata Ottolenghi style







































Quando vi sono periodi in cui occorre mangiare più verdure rispetto al solito perché vitale per il  nostro organismo, stremato da intingoli e piatti assai ricchi, mi rivolgo ai libri di cucina di Ottolenghi.
Yotam Ottolenghi è uno chef israeliano, nato da madre tedesca e padre italiano, trasferitosi a Londra città che, nell'arco di una decina d'anni, ha visto nascere ben tre suoi ristoranti. Tiene una rubrica sul Guardian e i suoi libri sono sempre un successo.
La sua è una cucina che potremmo definire mediterranea, raccoglie tutte le suggestioni culinarie dei Paesi che si affacciano su questo mare ricco di storia e di cultura. Nelle sue ricette ruolo principale è dato alle verdure, le spezie e le erbe aromatiche: come non amarle?
Ogni ricetta è un viaggio in qualche angolo di Gerusalemme, di Fés, di Marsiglia. Ho visitato due dei suoi ristoranti di Londra, a Notting Hill e a Islintogn, e la cosa che colpisce è la semplicità e la freschezza dei suoi piatti. Vassoi ricchi di verdure, frutta, pesce, carne, dolci, tutto offerto alla vista dei clienti i cui occhi, prima che il palato, rimangono deliziati dai colori e dall'armonia di ogni portata.
Un'armonia che si ritrova al gusto: sapori e consistenze diverse dialogano perfettamente, gli abbinamenti sono insoliti ma sempre riusciti, nessuna forzatura, tutto equilibrato.
Io non amo molto le insalate, mi lasciano sempre insoddisfatta e l'unica maniera per apprezzarle è seguire un percorso che vada oltre il solito assemblaggio di più cose,  uno stile che ho sempre perseguito in modo naturale, spontaneo ma che, con la scoperta delle ricette di Yotam Ottolenghi, ho potuto approfondire e arricchire.
Con i primi pomodori della stagione  e ancora qualche melograno che si trova al mercato, mi è venuto in mente questo abbinamento che Ottolenghi propone tra le ricette del suo sito e che Cavoletto di Bruxelles ripropone qui in una versione più ricca e che io ho ripreso anche se con qualche piccola variazione.
Sulle prime trovai assai bizzarra tale combinazione ma mi ricredetti già appena la preparavo.
Come nella ricetta del Cavoletto, anch'io ho usato il cous cous ma nella foto si vede appena.

Insalata di melograna e pomodori

8 Pomodori piccadilly
1 scalogno
una manciata di pinoli tostati
1 melograna
1 mazzetto di Cicorietta
6 cucchiai di cous cous da far rinvenire con del brodo di verdure
un cucchiaino di miele che non sia molto forte, un mille fiori andrà bene
un cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaino di senape
olio evo
una manciata di foglie di origano fresco

Lavate e asciugate le verdure. Fate a pezzetti i pomodori e il succo che deriverà da tale operazione, raccoglietelo e mettetelo da parte. Dividete la melagrana in due e metà spremetela come se fosse un'arancia con l'aiuto di uno spremi agrumi, l'altra sgranatela e mettete i chicchi da parte. Riducete a pezzetti molto fini, con una mezzaluna, lo scalogno.
Mettete a scaldare del brodo vegetale sufficiente per far rinvenire il cous cous (potete usare quello da cuocere ma allungherete i tempi di preparazione)
In una ciotola mettete il cous cous, mischiatelo con un cucchiaio d'olio e dopo aggiungete il brodo, il succo di melograno e quello di pomodoro, lasciate riposare per 10 minuti o fino a quando i grani non sono ben idratati.
In un vasetto provvisto di tappo, sciogliete il miele con il succo di limone, aggiungete il sale, la senape, abbondante olio evo e le foglie di origano. Mettete bene il tappo e agitate il vasetto.
Nella ciotola del cous cous aggiungete la cicorietta, i pomodori e condite tutto con il contenuto del vasetto. In ultimo aggiungete i pinoli tostati e servite.


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