martedì 13 giugno 2017

W la pasta! e bucatini con pomodorini secchi, cipollotto ed erbe aromatiche




































Tra le mie debolezze che riguardano la gola vi è sicuramente la pasta. Del resto sono italiana e pure meridionale, con questi presupposti non potevo non sfuggire alla fascinazione di tale "Vivanda consistente in un impasto di farina di semola di grano duro e acqua, tagliato in varie forme e cotto in acqua o brodo". Definizione che dà il dizionario. Chiara e precisa come una voce del dizionario deve essere.

Ma davvero la pasta è solo questo? 
O è tante cose in più? 
E' quella "vivanda" necessaria per tornare felici, rassicurante come una mamma; è quella "vivanda" che caratterizza, con il proprio formato, l'identità di ogni regione e che al contempo ci unisce come Italiani; è quella "vivanda" che ci permette d'improvvisare una cena e così non rinunciare al piacere di stare con gli amici con un invito dell'ultimo momento; è la possibilità di nutrirsi con poco e rimanere soddisfatti. 
Penso che questa lista potrebbe andare all'infinito, ognuno di noi ha un ricordo, una necessità, uno stato d'animo, legato alla pasta.

La pasta è fatta di acqua e farina, assai semplice nella sua composizione e sorprendentemente versatile. Per me è una tela bianca dove tutto può manifestarsi, all'improvviso, come la ricetta che propongo qui di seguito e che è nata per rispondere a un'urgenza dettata da una voglia irrefrenabile e incontenibile di un piatto di pasta.

In occasione della meravigliosa manifestazione che si svolge a Ragusa, "A tutto volume",  mi è arrivata la proposta, che mi onora e che trovo assai gradita, di presentare un libro di cucina. 
Quest'anno si tratta del libro di Eleonora Cozzella - Pasta Revolution - ed. Giunti. 

Il contatto per ore con un libro che parla di pasta, della sua storia, del suo valore nell'ambito del costume italiano, della fierezza dei suoi produttori, dell'interpretazione affascinante e geniale di grandi chef, corredato di fotografie stupende, mi ha reso totalmente debole alla tentazione di mangiare pasta, in continuazione.
Ho pure dimenticato completamente i problemi di linea che affliggono noi "giovani" donne di 43 anni, abbandonandomi così al piacere del palato. 

E sì perché proprio di un un piacere si tratta e mi spingo oltre, e direi quasi "carnale".
Addentare un bucatino cotto al dente o una mezza manica rigata su cui indugia intrigante del pomodoro profumato al basilico può dare un grande senso di appagamento.

In piena suggestione da libro, con la sobria e misurata acquolina che presto ha lasciato posto alla bava, mi sono diretta in cucina e ho preparato questa pasta con quel poco che avevo in casa e il risultato è stato altamente soddisfacente. W la pasta!

Bucatini con pomodori secchi, cipollotto, erbe aromatiche e briciole di pane

500g di Bucatini 
una manciata di pomodorini ciliegia secchi
un cipollotto
uno spicchio d'aglio
olio evo
foglie di basilico e di menta
origano
40g di pane raffermo tagliato a dadini
sale

Mettere su l'acqua in una pentola per cuocere la pasta. Nel frattempo in una padella dove poi si "salterà" la pasta, scaldare qualche cucchiaio d'olio a cui aggiungere il pane. Una volta dorato mettere  in una ciotola assieme a qualche foglia di basilico, menta e un po' di origano.
Nella stessa padella lasciare cuocere con dell'altro olio,  i pomodorini fatti a pezzetti  fino a quando non siano quasi croccanti. Aggiungerli alla ciotola, assieme al pane dorato.
Sempre nella stessa padella, mettere il cipollotto affettato finemente, lasciare imbiondire e se occorre aggiungere un po' dell'acqua che, nel frattempo, si sarà messa a bollire e in cui poi buttare la pasta. 
Una volta cotta al dente, scolare e saltare la pasta con il cipollotto, aggiungere il misto della ciotola, completare con altre foglie di basilico, menta e dell'altro origano e servire.

giovedì 8 giugno 2017

Dimenticare, ricominciare, ringraziare e…crumble di pesche al rosmarino e mandorle































E' ciò che mi propongo per questo mese di giugno, in effetti sono passati già 7 giorni dall’inizio come sono già passati anche  6 mesi ma faccio ancora fatica a capire da dove dovrei ricominciare, quando ci si sente così, esplosi in mille pezzi.
Ricomincio dalle mie mani, dalla mia testa, dalle mie passioni. Ricomincio da questo blog, l’unica cosa mia e che mi è rimasta. La difficoltà, però, è data dal fatto che non riesco a recidere con il passato.
Bisogna essere capaci di dimenticare quello che si è stati prima e soprattutto che si è posseduto e che è poi sparito per una volontà estranea alla propria, una volontà che si è subita. 
Bisogna ricollocarsi in un contesto che non ha più quei punti di riferimento, quella casa, quel lavoro, entrambi bellissimi. Tutto mi manca di quello che avevo, non riesco ancora a passare da quella strada che mi portava dritto a casa, la mia ex casa. 
Non riesco a non pensare al mio lavoro, all’amore e la passione che ci mettevo, se per caso mi capita di trovarmi in un bnb o sento qualcuno che parla di accoglienza ai turisti.
In entrambi i casi è tutto assai doloroso. 
Questo è un attaccamento alle cose, so che è sbagliato, so che sarebbe tempo di liberarmene ma nonostante tutti i buoni propositi non ci riesco. Non riesco a trovare una prospettiva che mi convinca e in cui identificarmi, capace di farmi tagliare con il passato. Anche perché il cambiamento è stato nettamente a ribasso e devo ancora riprendermi.
Rivedo le foto di piatti fotografati nella mia ex cucina, nella foto non si vede l’intero ambiente, ma a me basta vedere la luce o un dettaglio per ricordare dove e in quale angolo si trovava quel piatto. Da quando ho lasciato quella casa non sono riuscita a cucinare e quindi a fotografare. Qualche tentativo c’è stato ma è stato disastroso (anche perché molte cose, tra oggetti, stoffe e ammennicoli vari che usavo per i set, mi sono state portate via senza un motivo logico…).
Mi è stato detto che se avevo avuto dei risultati fino ad adesso, sia nel lavoro di b&b come per una foto, era dato dal fatto che abitassi quella casa, che dipendeva dalla bellezza del luogo, che di mio non mettevo nulla. 
Parole forti e per niente gentili, ma in questo periodo trascorso in un’ assoluta incapacità e apatia ho cominciato a pensarlo anch’io.
Forse prima di ricominciare, devo ricostruire, ricostruire me stessa, mettere insieme i punti di forza  e riflettere sui punti di debolezza e veder cosa si riesce a fare. 
Ma forse, prima di ogni altra cosa, dimenticare le persone che mi hanno ferito e poi infierito sul mio assoluto disagio, e ricominciare dalle persone che mi sono state accanto in tutti i modi, anche materialmente e che mi hanno “salvato” dal totale scoramento. 
E per questo sono più che fortunata e soprattutto grata a loro e alla vita che me li ha fatti incontrare. 
E sono grata a tutti gli amici virtuali che pur non conoscendomi personalmente, hanno sentito il bisogno di farmi sentire la loro stima, affetto, vicinanza. Ed è stato molto bello per me.
Allora ho pensato di proporre, in questo post, un dolce per ringraziare tutti quanti. 
E’ un dolce che propongo nei miei corsi di cucina sulle erbe aromatiche ma che non avevo mai fotografato. 
L’occasione poi si presentò un po' di tempo, fa quasi un anno, forse, quando un mio contatto di fb, mi chiese una ricetta con le pesche e lei in cambio realizzò un biglietto con il logo buccia di limone, bellissimo. Elisa, oltre a chiamarsi come me, è un cosiddetto contatto virtuale, non ci conosciamo di persona. Per una probabile affinità a distanza, una stima reciproca, è nato questo piccolo scambio. 
Episodi come questo mi dicono di continuare a scrivere da queste pagine perché vuol dire che qualcosa “passa” attraverso ciò che scrivo e ciò che cucino, non so effettivamente cosa ma non credo, alla fine, sia importante. Questa ricetta è quindi un simbolo di come le persone possano ritrovarsi anche virtualmente e sostenersi perchè al di là del mezzo usato, l'umanità e l'empatia esistono ancora. 

Ringraziare chi senza conoscermi mi è stato vicino mi sembrava un buon modo di ricominciare. Ricomincio da una pesca, magari lentamente, ma intanto ci provo. 
E’ una ricetta semplice con una nota insolita, magari sofisticata, come le cose che piacciono a me.
 Pescastrangefruit




















Crumble di pesche al rosmarino e mandorle

6 pesche
2 bei rami di rosmarino
60g di mandorle non pelate
150g farina integrale
100g + 50g di zucchero di canna
60g di burro
un pizzico di sale
la scorza grattugiata di un limone

Tritate le mandorle non troppo finemente con un rametto di rosmarino. In una ciotola mettere la farina, la scorza, i 100g di zucchero, il burro, il sale e le mandorle. Lavorate con le mani fino ad ottenere delle briciole mettete in frigo.
Nel frattempo accendete il forno a 180°C. Tagliate le pesche e scaldatele con un po' di burro e i 50g di zucchero e il secondo rametto di rosmarino. Non devono cuocere troppo, ma giusto insaporirsi.
Imburrate una terrina che può andare a tavola o  4 cocotte individuali, e riempiteli con le pesche, completate con il composto in briciole e mettete in forno nella parta bassa. Ci vorranno circa 25/30 minuti. Se la crosticina dovesse  prendere troppo colore, coprite con dell'alluminio.














martedì 17 gennaio 2017

nessuna ricetta, un congedo, una certezza















                             
Inizio questo post del nuovo anno con una domanda “siamo quello che ci portiamo appresso”?
E’ da un po’ di tempo che me lo chiedo. Può sembrare strana come domanda ma se si pensa alla semplice borsa che prepariamo prima di uscire e affrontare una giornata di lavoro o per andare a un appuntamento con un’ amica, o alla valigia, quando ci spostiamo per un week-end o due settimane, possiamo affermare che ciò che viene via con noi ci identifica, parla di noi, siamo noi?
Questa riflessione diventa ancora più significativa e più urgente nel caso di un trasloco, il mio trasloco.
Lascerò la mia casa e 17 anni della mia esistenza.
Il periodo più intenso della mia vita: un grande amore, un matrimonio, nuove amicizie e altre svanite, un terribile lutto, vari lavori; poi la realizzazione della casa, luogo del bello, espressione naturale di quel grande amore da cui ero partita per costruire qualcosa di stabile che potesse finalmente chiamarsi famiglia.
E’ stato il periodo in cui da ragazza sono diventata donna, in cui da giovane sono diventata meno giovane abituandomi ai cambiamenti del mio corpo e anche a quelli di una malattia strana e bizzarra di cui non ho mai parlato (forse, prima o poi, lo farò) e con cui convivo da 22 anni.
Lascerò la mia casa tanto amata, realizzata con sacrifici immensi: è stata luogo di ritrovo, accogliente e apprezzato, per gli amici e per gli ospiti che si sono alternati, soprattutto negli ultimi anni con l’esperienza, umanamente meravigliosa quanto preziosa, del b&b.

Poi succede che un giorno, come oggi, mi ritrovi a chiedermi chi sono.
Ho la sensazione che sia in gioco la mia identità, non ritrovando più gli schemi e i tratti che, alla superficie, mi hanno disegnata fino a qui e che hanno creato fino a oggi ciò che sono.
Perderò tanto di me, forse troppo.
Ero la mia casa. Ero il mio lavoro. Gli ospiti erano contenti e stavano bene.
La mia casa diventava un luogo più ricco di volti, di idiomi diversi, di esperienze ed emozioni. Nonostante la fatica ero felice, era gioia pura per me.
Ero la mia grande cucina, progettata da me, grigia e con i suoi piani in pietra chiara di Comiso, dalle venature che ricordano le linee tracciate da una matita impazzita. Inondata sempre dalla luce, a qualsiasi ora del giorno, con le vetrate a tutta parete che davano sul giardino e le finestre che davano sugli ulivi; ero questo spazio immenso in cui mi muovevo come su un palcoscenico mentre cucinavo o preparavo la colazione per i miei ospiti o in cui vedevo i loro volti felici, divertiti e pieni di stupore durante i corsi di cucina siciliana.
Ero il mio giardino e il suo profumo, le mie piante aromatiche, dalla menta prepotente al basilico greco, piccolo e intenso.
Ero il mio albero di limone, la lavanda, il gelsomino delle sere estive e la buganvillea; il pergolato con l’uva e il grande tavolo in legno e ferro, i gerani rossi lungo le scale e la salvia ornamentale che ondeggiava eterea con i suoi fiori, appena soffiava il vento o appena si poggiava una farfalla.
Ero il mio uliveto all’ora del tramonto quando una luce rosata lo ammantava e le foglie argentee degli alberi sembravano ancora più belle. Ero il cielo e le nuvole che sembravano entrare nella mia camera da letto o la striscia di mare che, dalla finestra del bagno, mi salutava tutte le mattine.
Ero questa pietra chiara e rosa dei muri e del giardino, la pietra, pece scura, dei pavimenti.
Ero il camino dalla fiamma ipnotica delle sere d’inverno.
Ero le cicale dal frinire incessante, spasmodico delle giornate estive.
Sono stata tutto questo e tutto questo non sarò più e quindi mi chiedo, cosa sarò?
Forse sarò ciò che potrò portare con me.
Nelle scatole del trasloco metterò oggetti di cucina e libri, vestiti e scarpe, qualche ceramica, foto, fogli di fortuna scritti in maniera assurda e indecifrabile, i taccuini ancora intonsi, quelli scritti e, tra questi uno preziosissimo, con tutte le ricette scritte dagli ospiti passati da qui.
Porterò via dei tavoli e dei divani, un letto, i mobili vecchi della nonna che dovrò mettere a nuovo ma che, per adesso, sono solo un fardello pesante di memoria. Porterò la biancheria, piatti, bicchieri e pentole.
Porterò via una vecchia Twingo ammaccata con i suoi 155.000 km e che consuma come un Porsche.
Porterò la luce immortalata attraverso le mie foto, quelle di questo blog e quelle dei piatti ancora da pubblicare. Quella luce che a ogni ora del giorno mi regalava emozioni uniche e che difficilmente avrò modo di ritrovare.
Porterò con me il dolore di aver perso un grande amore, sfortunato e incompreso, il ricordo di tutta questa bellezza o forse li lascerò lì, come è giusto che sia?
Ancora non so dove andrò. Non so ancora cosa riuscirò a inventarmi a 43 anni, senza un lavoro e senza una casa, con tanta stanchezza e un corpo un po’ ammaccato.

Mi aspettano ancora giorni intensi e difficili, in cui dovrò combattere ma passeranno e sopravviverò. E poi, però, vorrò vivere.











giovedì 1 settembre 2016

settembre, inizi e... spaghetti con peperoni, sesamo, acciughe e cipolle
























Settembre è il mese delle cose che cominciano: quando si era piccoli si aspettava l'inizio della scuola, all'università ricominciavano gli esami, da adulti è il mese dei ricordi delle vacanze appena terminate e del nuovo anno lavorativo da affrontare.
Settembre è sempre un inizio, in un ambiente non ancora del tutto mutato rispetto all'estate: giornate calde che niente hanno da invidiare a quelle di agosto, il mare e la sabbia sono invitanti ma si percepisce una luce in mutamento e i raggi di sole meno intensi.
Si sente la fine malinconica di qualcosa e la speranza di qualcosa che avverrà magari migliore di quello che è stato fino ad adesso. 
È il nono mese dell'anno, il nono mese, come in una maternità, l'inizio di una nuova vita.
Lo sarà sicuramente anche per me, un momento di svolta e rinascita, prospettive stravolte, confusione, cambiamenti che spazzano via tutto ciò che è stato adesso.
Sguardo necessariamente nuovo e prospettive incerte che andranno delineandosi man mano che si avvicinano.
Poche certezze, anzi forse neanche queste, un mirabolante caos a cui forse bisogna lasciarsi andare.
L'unico punto fermo rimane il sapore e il profumo delle cose e del cibo, ciò che ci permette anche di riconoscersi e ritrovarsi in momenti davvero assurdi.
Sicuramente tra le gli ortaggi per me imprenscindibili del periodo estivo ci sono i peperoni.
Qui li ho usati con il sesamo tostato, la cipolla dolce di Giarratana e il sapore marino delle acciughe. Un ottimo intingolo per degli spaghetti o qualsiasi altra pasta preferiate.



Spaghetti ai peperoni, acciughe e sesamo

2 peperoni
mezza cipolla di Giarratana
4 pomodori pixel
5 filetti di acciughe piccoli
due cucchiai di sesamo
basilico e timo
olio evo
350 g di spaghetti

Affettate la cipolla e fatela stufare con un po' d'olio. Aggiungete e fate sciogliere le acciughe. Lavate i peperoni e fateli a listarelle o a dadini. Pelate i 4 pomodori e fateli a pezzetti. Appena la cipolla è traslucida, aggiungete i peperoni, quando saranno morbidi aggiungete i pomodori. Lasciate cuocere un po' e alla fine aggiungete abbondante timo fresco e basilico.
Portate a ebollizione l'acqua e cuocete gli spaghetti. Nel frattempo tostate il sesamo facendo attenzione a non bruciarlo.
Saltate gli spaghetti nel tegame dei peperoni, date una bella girata affinchè non sia tutto ben insaporito, aggiungete ancora un po' di timo e basilico e per ultimo il sesamo, servite.

lunedì 25 luglio 2016

a chi ama il gelato e la granita racconto la storia di "Tasta"

















































In un pomeriggio di qualche settimana fa, in una Milano canicolare, ho ceduto alle lusinghe di qualcosa di fresco capace di aiutare il mio corpo a compensare l'eccesso di gradi esterni. Ed è stato così che sono entrata da Tasta in corso Garibaldi 111.
La scelta non è stata casuale, è una gelateria non solo siciliana ma di Modica, la mia città.
Nelle mie scorribande nordiche mi capita spesso d'imbattermi in locali che vantano una cucina siciliana, prodotti siciliani, pasticceria siciliana, gelati e granite siciliane.
Molto raramente, però, ho trovato prodotti all'altezza e degni della nostra tradizione, spesso mi sono vista presentare prodotti pessimi o assai dozzinali.
Per un orgoglio d'appartenenza alla mia città e attratta dalle lusinghe di un'insegna con su scritto "granite" sono entrata in questa gelateria per vedere cosa proponesse, sia per qualità di ingredienti sia per esecuzione, pronta a tirare le orecchie o a lanciare strali se fossi rimasta delusa per l'ennesima volta, anche perché in gioco c'era la reputazione di Modica.
Ebbene, appena entrata un sorriso mi ha accolto, mi sono state date indicazioni sui prodotti e sui gusti.
Senza fare nessun cenno alla mia provenienza, ho ascoltato per verificare quanto di vero ci fosse in quelle parole. Poi ho scorso i gusti delle granite e dei gelati e ho ordinato subito la granita di gelsi che purtroppo era terminata, per cui ho ripiegato, si fa per dire, su quella di fragole di Ribera e quella di mandorle di Avola.
Già dalla consistenza della granita che mi veniva offerta ho capito che stavolta il buon nome della mia città era salvo. Chi mi accompagnava ha preso una brioche con il gelato, pistacchio di Bronte e limone femminello di Siracusa, entrambi ottimi!
Densità perfette, sapore e profumo intensi e avvolgenti, tutto corrispondeva alla mia idea di gelato e di granita.
Mi sono sentita a casa già al primo cucchiaino: non ero più a Milano ma in corso Umberto, a Modica, vicino alla Chiesa di San Pietro, sulla scalinata, con lo sguardo volto al quartiere di Cartellone, tra il vocio dall'accento familiare dei passanti.


















































Tornata in Sicilia ho voluto conoscere la storia di questa gelateria già presente a ModicaMarina di Modica, Marina di RagusaMarzamemi e Bologna. E così in una giornata di luglio con il vento non tra i capelli, ma a rischio tromba d'aria, incontro Peppe Flamingo, proprietario e ideatore di Tasta.
Mentre le raffiche di vento facevano vorticare il vorticabile, Peppe comincia a raccontarmi la storia di Tasta. 
Tra l'altro, tasta deriva dal verbo siciliano tastare che vuol dire assaggiare; in questo caso, almeno io, l'ho sempre letto come una perentoria esortazione "tasta!" "assaggia!" anche se nel logo non vi è traccia del punto esclamativo, cosa lodevole.

















































Chi è modicano come me, già avrebbe dovuto capire subito dal cognome di Peppe che il gelato, in maniera quasi diretta, potesse fare parte della sua esistenza.
Flamingo è il nome che si trova stampigliato sulle cialde da cono da quando ho memoria.
Il nonno, di cui Peppe porta il nome, nel 1960 cominciò a produrre cialde da gelato che continuano a essere prodotte ancora oggi.
Così questo ragazzo, cresciuto tra il profumo delle cialde, acquisisce un'esperienza nel campo della gelateria e, dai contatti con i maestri gelatai, attinge nozioni, tecniche che lo convincono sempre di più a creare e perfezionare un prodotto diffuso e tanto amato come il gelato.
Tasta è un progetto in divenire, dinamico, in cui è implicita una continua ricerca, che tende al gelato perfetto ma, d'altro canto, si sa, la perfezione non si raggiunge mai ed è ciò che rende il tutto ancora più stimolante.
Tasta parte dal principio che il buon gelato deve essere un piacere alla portata di tutti e che può, esso stesso, essere fonte indiretta per fare del bene.
Da tale premessa il gelato di Tasta utilizza le migliori materie prime, biologiche, provenienti dal fair trade, prodotti di presidi Slow food e di eccellenza locali (il cioccolato di Modica, la mandorla pizzuta di Avola, il pistacchio di Bronte, la fragola di Ribera, il limone femminello di Siracusa) quindi da fattorie e produzioni che rispettano l'ambiente e gli animali, inoltre l'offerta dei gusti è tale per cui si trova quello senza lattosio, senza uova per chi questi ingredienti non può assumerli.
E poi, per sottolineare che il gelato fa bene non solo a chi lo mangia, Peppe mi parla, anche se con un certo pudore, di questa iniziativa di solidarietà, in atto in tutte le gelaterie del marchio, per cui l'1 per cento degli incassi va devoluto ad associazioni benefiche che operano nel territorio.
Finito l'incontro sono tornata a casa con un carico di entusiasmo e di speranza.
Peppe è un baldo giovanotto mosso da una grande passione per il gelato, ovviamente, ma anche per le cose fatte bene, con cura, fiero della propria terra ma con uno sguardo critico, aperto al mondo e al confronto. Appartiene a quelle personalità che mi danno speranza in questo luogo dal potenziale immenso che è la Sicilia, ma che è spesso e volentieri bistrattato dagli stessi suoi abitanti, da amministratori incapaci e miopi, vera causa dello stentato sviluppo di quest'isola.
Tanti i buoni motivi per andare da Tasta: ottimi gelati, ottime granite, una storia che parla di ricerca e attenzione per gli altri e per l'ambiente.


martedì 5 luglio 2016

riflessioni sparse e... uova in cocotte con peperoni





















"C'era un tempo"...quando si comincia a pronunciare questa frase vuol dire che già un po' di anni sono passati e se ne sente il peso sulle spalle. Vuol dire che ormai si ha la prospettiva sufficiente per cogliere i cambiamenti avvenuti.
C'era un tempo in cui usavi i gettoni per telefonare dalle cabine pubbliche (e c'erano pure le cabine). C'era un tempo in cui lo sguardo e un gesto avevano la forza di sconvolgerti e non era necessario un messaggio su wa o su fb per continuare. La fisicità che si compiva in un gesto aveva un'importanza e una profondità tali da rendere inutile tutto il resto. Si usavano meno le parole perchè non vi erano così tanti mezzi come oggi per comunicare.
La mia percezione è che all'immediatezza di relazioni di oggi non corrisponda una consapevolezza dei gesti e delle parole che si usano nell'instaurarle. Questo può creare una visione assai superficiale della realtà senza che si abbia un'effettiva cognizione di ciò che si fa e che si dice.
Quando non si riconoscono più certi comportamenti fintanto da sentirli estranei ma a essi si è chiamati ad adeguarsi, giunge il momento di un cortocircuito momentaneo fino a quando non avviene una necessaria mediazione tra i codici conosciuti e quelli nuovi.
Penso che in questa continua mediazione stia l'unico modo per cercare di comprendere i tempi che si vivono. E forse è anche il momento in cui acquisisci la consapevolezza che da adesso in poi questo processo avverrà sempre più spesso.
Nulla ci dovrà spaventare anche a costo di una immane fatica, nulla, anche quando si sarà chiamati a comprendere le cose più buie e atroci che la vita sottopone. L'importante, in questo continuo processo di mediazione, non rinnegare i codici basilari che ci hanno formato.
Non so cosa c'entri tutto questo con una ricetta di uova e peperoni, ma tant'è...  di ricette so parlare e scrivere e sicuramente questa maniera di comunicare attraverso un blog "un tempo non c'era".

Uova in cocotte con peperoni

5 peperoni di tipo "cornetto"
4 uova
una piccola cipolla
timo
maggiorana
olio evo
sale
pepe

Affettate la cipolla. Lavate i peperoni e ricavatene delle falde.
In una padella mettete un cucchiaio d'olio, fate imbiondire la cipolla, aggiungete i peperoni.
Appena le verdure saranno ammorbidite, salate e aggiungete le foglie di timo e maggiorana.
Accendete il forno a 170°C. Prendete una teglia rettangolare capace di contenere 4 cocottes.
In ogni cocotte mettete un po' di peperoni, un uovo e un pizzico di sale.
Sistemate le 4 cocotte dentro la teglia più grande e riempitela di acqua calda fino a raggiungere la metà delle cocotte.
Lasciate in forno per 5/8 minuti da quando l'acqua della teglia comincia a bollire.
Servite con pepe e crostini o triangoli di pane arabo.

martedì 28 giugno 2016

tempo di more e... muffins alle more, nocciole e cannella






































In auto, tra strade di campagna cotte dal sole, cicale che cantano beate, muri che segnano il paesaggio e su cui si arrampicano i rovi. Una giornata di fine giugno, molti anni fa, quando tutto era da scrivere in direzione di un sogno, di un'emozione che riempiva il cuore e lo placava, finalmente.
Frutti piccoli, turgidi e scuri spiccavano tra le spine e le foglie scure. Bastò uno sguardo e subito fermasti l'auto. Scendemmo e cominciammo a raccogliere le more: quanta felicità in quel dono inaspettato, non programmato, spontaneo. I nostri sorrisi, leggeri e infantili, contenti di graffiarci con le spine e di farci incantare dal gusto aspro e profumato. Ne raccolsi qualcuno in più in modo da portarne a casa con l'idea di fare un dolce.
L'indomani andammo al mare e portai dei mini strudel con le more e le nocciole così da fare merenda dopo il bagno. Al gusto delle more, delle nocciole e della cannella si aggiunse il gusto del sale.
Sono passati 15 anni, da quando tutto sembrava possibile, tutto sembrava superabile, nessuna difficoltà ci rabbuiava, ci distruggeva fino trasformarci in peggio, irriconoscibili.
Ma le more maturano tutti gli anni e non sono le stesse di quella strada di tanti anni fa. Le ho raccolte mentre, da sola, viaggiavo con la mia auto e ricordai quel momento. Ho voluto assaporare di nuovo quel gusto aspro e ho pensato di farci un dolce anche stavolta ma non avevo modo di fare gli strudel e ho fatto dei muffin mantenendo però gli stessi ingredienti: il gusto rotondo delle nocciole  e il profumo avvolgente della cannella.  Non sono andata al mare, il gusto salato l'ho appena percepito da una lacrima che scivolava via discreta mentre la mia testa andava a quel giorno lontano, 15 anni fa.








































Muffins alle more e nocciole alla cannella

200g di more
150 g di zucchero di canna
100g di nocciole tostate
200g di farina 00
10g di levito per dolci
90g di burro
2 uova
250g di yogurt
30ml di latte intero
un pizzico di sale
due cucchiaini di cannella

Accendete il forno a 170°C.
Se le more sono grandi dividete in due lasciandone 6 per la decorazione.
In untegame fate andare le more con parte dello zucchero e una noce di burro e la cannella.
Quando cominceranno a fare un po' di liquido e diventeranno morbide, spegnete e lasciate raffreddare.
Fate fonder il burro rimanente e lasciate raffreddare.
Tritate le nocciole non troppo finemente.
In una terrina montate le due uova con il pizzico di sale, aggiungete lo yogurt e il latte.
in un'altra terrina mettete la farina setacciata con il lievito e la farina di nocciole, mescolate e aggiungete gli ingredienti liquidi. Amalgamate per bene e aggiungete la composta di more.
Riempite lo stampo da muffin e dividete a metà le more rimaste che collocherete su ogni muffiin.
Mettete in forno per 20 minuti circa.




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