mercoledì 12 luglio 2017

Muffins ai frutti di bosco e vaniglia e il lavoro più bello del mondo







































"sento ancora il profumo di vaniglia tra le mani, un lampone ha macchiato il grembiule: una macchiolina rossa che ben si sposa con i quadretti blu e bianchi. La casa è pervasa da un delicato profumo di dolce. I muffins ai frutti di bosco sono in forno, serviranno per la colazione di domani o per un benvenuto degli ospiti che arriveranno oggi pomeriggio, chissà da dove!"

Ho appena descritto delle tracce, dei frammenti che appartengono a un passato, a un lavoro che ho svolto con passione e dedizione e che mi manca, come non mai, come non pensavo potesse mancarmi.
I muffins sono stati il simbolo di quel lavoro, fatto di sorrisi, ascolto e soprattutto voglia di far stare bene chi aveva deciso per un breve periodo della sua vita, nei sacri giorni di vacanza, di trascorrere del tempo a casa mia. Le persone che arrivavano non sono mai state per me dei clienti ma ospiti di riguardo e ad essi andava tutta la mia disponibilità, la mia capacità di prendermene cura.

Preparare dei dolci ogni giorno, farne tante versioni, è stato sicuramente la parte più divertente e direi anche poetica del mio lavoro (ad essa andrebbero aggiunti, a dire il vero, i corsi di cucina che sono stati un'altra bellissima esperienza altrettanto emozionante).
I muffins erano i dolci della colazione, serviti assieme a tante altre cose buone. Erano i dolci che preparavo io. In essi mettevo la mia intuizione, la mia immaginazione, la mia creatività, ispirata a volte da un dettaglio o dal paese di provenienza o dall'età dei mei ospiti (per i bambini li facevo sempre al cioccolato). Ad esempio il caso di questi muffins che vi propongo li sperimentai la prima volta quando un giorno  aspettavo l'arrivo di una coppia svedese la cui giovane donna aveva una foto del profilo di Airbnb che la raffigurava mentre raccoglieva dei frutti di bosco. L'ispirazione fu immediata e pensai di farli così.
Non si trattava più di un semplice impasto di farina, latte, uova, un po' di lievito e altro, ma era uno dei tanti modi per comunicare con loro, di entrare in contatto e credo che questo sia avvenuto, come una magia.

Ogni giorno incontravo volti e caratteri diversi, per la maggior parte stranieri con cui non era semplice comunicare, a volte, per via della lingua, ma bastavano gli sguardi, i sorrisi e un rispetto di fondo reciproco e la sintonia era assicurata.
La colazione era il momento in cui ci si conosceva un po' di più, si faceva qualche chiacchera ed era anche bello vedere come, in alcune occasioni, tra gli ospiti stessi, provenienti da Paesi diversi, s'instauravano subito rapporti di complicità e voglia di condividere insieme il tempo.
Ricordo ancora quei volti un po' assonnati che si precipitavano sulla grande caffettiera che troneggiava già sul grande tavolo apparecchiato. Facce giovani, meno giovani e i bambini che erano distratti dalla mia Giò, dal musetto ruffiano, che cercava di entrare in cucina con la scusa di intrattenerli (e mi manca tanto anche lei).

Sono stati anni di un continuo via vai di persone e delle loro storie.  Alcuni sono diventati amici, altri sono tornati o mi hanno mandato i loro amici o parenti, con alcuni ci si scrive ogni tanto e altri hanno tenuto, a mandarmi, dopo nove mesi, la foto dei loro neonati concepiti proprio nella mia casa, in quelle camere silenziose in cui la sera e al mattino all'aurora, entrava l'odore del gelsomino, della zagara, della lavanda.

Come può non mancarmi un lavoro così pieno di emozioni, umanità, in una sola parola, di vita?
E quanto è stato quello che loro mi hanno dato! Chissà se sono riuscita a trasmettere la mia gratitudine quando il giorno della partenza, al momento dei saluti, spesso ci si commuoveva: ricordo a volte certi giganti nordici che si lasciavano andare e mi abbracciavano con le lacrime agli occhi.
Come vorrei che lo sapessero! Ero  talmente sopraffatta da tali emozioni che magari non sono riuscita a farglielo capire.

Quanto mi hanno donato della loro spontaneità, entusiasmo, stupore e soprattutto quella strana alchimia, quel privilegio di vedere la mia terra, i miei luoghi attraverso i loro occhi. E' ciò che mi ha protetto dall'abbrutimento conseguenza necessaria dell'assuefazione al luogo, per quanto sia bello, in cui vivi.

Non posso contattarli tutti, quindi lancio questo post come un messaggio nella bottiglia che spero arrivi a destinazione.
Da quando è partita l'ultima coppia, a ottobre dell'anno scorso, non sono ancora riuscita a preparare dei muffins. Mi manca l'ingrediente principale, i miei ospiti speciali!

In questi giorni d'estate ci sono molti  turisti e sento, da sotto il balcone della casa in cui abito adesso, il loro stupore davanti a un panorama così bello che si dona magnifico ai loro occhi. Non posso fare a meno di pensare ai loro volti come a quelli degli ospiti mancati o come al fatto che solo un anno fa, in questo periodo, sfornavo i muffins ed ero una padrona di casa, felice di accogliere i propri ospiti.

Oggi sono qui, schiacciata dal caldo, con i miei ricordi di un passato che non passa, in una casa di fortuna e con una prospettiva ancora assai incerta e fumosa.



*Questi muffins furono apprezzati e quindi, d'allora, li ho sempre riproposti non solo con i frutti di bosco freschi ma anche con quelli surgelati, l'unica accortezza, in questo caso, è quella d'infarinarli per bene prima di aggiungerli al composto finale.


Muffins ai frutti di bosco e vaniglia

300g di farina 00
250g di frutti di bosco misti freschi o surgelati
150g di zucchero
10g di lievito per dolci
1 uovo grande
250g di yogurt naturale
70g di burro
una bacca di vaniglia o una bustina di vanillina

Accendete il forno a 170°C. In un pentolino fate sciogliere il burro e lasciate raffreddare.
Prendete due ciotole, in una mischiate tutti gli ingredienti secchi: farina setacciata con il lievito e zucchero. Nell'altra mischiate quelli liquidi: uovo, yogurt, burro fuso non più caldo.
Aggiungete nella ciotola degli ingredienti secchi, il contenuto di quella degli ingredienti liquidi e mischiate con un cucchiaio, abbastanza da non vedere più la parte secca.  Aggiungete i semini di vaniglia e raspate bene la parte fonda della ciotola con il cucchiaio per essere sicuri che non vi sia più traccia di parte secca.
A questo punto aggiungete i frutti di bosco che, se sono surgelati. andranno infarinati prima.
Non mischiate troppo, dovete appena tuffarglieli. Adesso siete pronti per riempire i pirottini in ciascuno incavo nella teglia da 12 muffins.
Mettete in forno e lasciate cuocere per circa 25 minuti. Controllate sempre con lo stecchino, perchè i forni non sono tutti uguali.

martedì 4 luglio 2017

estate, fa caldo e...riso al pomodoro























Come ogni anno comincia puntuale il lamento per il caldo. Per carità, più che giustificato le temperature di questa fine mese sono state sorprendenti. A mia memoria non ricordo un giugno così torrido. Ma del resto viviamo più a sud di Tunisi, siamo una costola staccata dell'Africa e quindi ci sta che al sole si siano raggiunti i 45 gradi.

Non vivendo più in campagna dove, tra la frescura del giardino e l'aria sempre mossa da un più meno leggero venticello, ho avuto difficoltà a mantenere una certa lucidità mentale. Ben presto la casa in cui vivo si è trasformata in una sorta di luogo sempre buio, con due tre postazioni dove boccheggiare a temperature diverse secondo l'ora della giornata e secondo l'esposizione delle stanze.

Tenere chiuse con gli scuri le camere rivolte a sud, scappare già la mattina presto dalla microscopica camera che ospita il mio sonno e che, sprovvista di imposte o quant'altro, già di buon mattino, viene colpita dal pieno sole: il  raggio trapassa le tende e come fosse un raggio laser, lascia un segno sulla mia pelle, la cuoce letteralmente.
Attigua alla camera da letto c'è la cucina che, provvista d'imposte, per qualche ora rimane ancora un luogo praticabile ma in cui, di sicuro, non mi sono azzardata ad accendere un fuoco.  Mi sono nutrita di insalate, frutta e yogurt.

Da qualche giorno le temperature sono timidamente scese e si respira. Nel mentre io mi ero già stufata di mangiare insalate e yogurt e ho pensato di accendere almeno un fuoco e di prepararmi una delle mie ricette preferite (un sapore d'infanzia e come tale consolatorio e appagante), il riso al pomodoro approfittando anche della bontà dei pomodori di questo periodo e delle ultime foglioline di basilico greco rimaste attaccate alle ben due piantine agonizzanti che non sono riuscita a salvare.

La cottura che utilizzo è quella pilaf: unica pentola, quindi un solo fuoco, non occorre versare il brodo in continuazione come con il risotto e quindi non sei costretto a stare davanti ai fornelli. L'unica accortezza che si usi sempre lo stesso tipo di riso ormai collaudato per le proporzioni tra riso e acqua.
La cottura pilaf arriva dalle tradizioni del medio oriente, la utilizzo spesso perchè la trovo pratica e assai gustosa. Si tratta di una cottura ad assorbimento, come quella del risotto,  la base di verdure o altro intingolo da cui si parte penetra per tutto il tempo della cottura nei chicchi di riso per un risultato omogeneo e saporito. In onore della provenienza esotica del tipo di cottura ho aggiunto, in questa versione di riso al pomodoro, una nota speziata aggiungendo della cannella.



Riso al pomodoro (per 2 persone)

un bicchiere colmo di riso arborio
due bicchieri acqua o brodo leggero di verdure, in entrambi casi caldi
400g di pomodoro piccadilly
uno spicchio d'aglio
un piccolo cipollotto
un pezzetto di peperoncino fresco
2 cucchiaini di cannella (facoltativo)
2 cucchiai di Grana Padano
foglioline di basilico in abbondanza
olio evo
sale

In un tegame basso  fate sudare l'aglio, il cipollotto affettato sottile, il peperoncino tritato fine con l'olio e alcune foglie di basilico. Appena le rondelle di cipollotto diventano traslucide aggiungere i pomodori fatti a pezzi e la cannella. Lasciate cuocere per una decina di minuti poco più. Togliete l'aglio.
Misurate il riso usando il bicchiere e aggiungetelo ai pomodori, mischiate bene e coprite il tutto con l'acqua o il brodo. Mettete il coperchio e lasciate cuocere a fiamma dolce, senza muovere il tegame per circa 15 minuti da quando il tutto sobbolle un po'.
Se è la prima volta che lo fate, sbirciate aprendo il coperchio e vedete se il riso non sia troppo asciutto per arrivare a cottura, nel caso aggiungete ancora del liquido.
Una volto cotto, salate, mescolate bene, lasciate riposare qualche minuto e aggiungete il formaggio e tante foglioline di basilico.
Varianti: se si elimina il formaggio diventa vegano. 
                si può utilizzare anche del riso integrale ma quel punto sia la proporzione d'acqua e i tempi di cottura cambieranno, occorrerà aumentare entrambi




martedì 13 giugno 2017

W la pasta! e bucatini con pomodorini secchi, cipollotto ed erbe aromatiche




































Tra le mie debolezze che riguardano la gola vi è sicuramente la pasta. Del resto sono italiana e pure meridionale, con questi presupposti non potevo non sfuggire alla fascinazione di tale "Vivanda consistente in un impasto di farina di semola di grano duro e acqua, tagliato in varie forme e cotto in acqua o brodo". Definizione che dà il dizionario. Chiara e precisa come una voce del dizionario deve essere.

Ma davvero la pasta è solo questo? 
O è tante cose in più? 
E' quella "vivanda" necessaria per tornare felici, rassicurante come una mamma; è quella "vivanda" che caratterizza, con il proprio formato, l'identità di ogni regione e che al contempo ci unisce come Italiani; è quella "vivanda" che ci permette d'improvvisare una cena e così non rinunciare al piacere di stare con gli amici con un invito dell'ultimo momento; è la possibilità di nutrirsi con poco e rimanere soddisfatti. 
Penso che questa lista potrebbe andare all'infinito, ognuno di noi ha un ricordo, una necessità, uno stato d'animo, legato alla pasta.

La pasta è fatta di acqua e farina, assai semplice nella sua composizione e sorprendentemente versatile. Per me è una tela bianca dove tutto può manifestarsi, all'improvviso, come la ricetta che propongo qui di seguito e che è nata per rispondere a un'urgenza dettata da una voglia irrefrenabile e incontenibile di un piatto di pasta.

In occasione della meravigliosa manifestazione che si svolge a Ragusa, "A tutto volume",  mi è arrivata la proposta, che mi onora e che trovo assai gradita, di presentare un libro di cucina. 
Quest'anno si tratta del libro di Eleonora Cozzella - Pasta Revolution - ed. Giunti. 

Il contatto per ore con un libro che parla di pasta, della sua storia, del suo valore nell'ambito del costume italiano, della fierezza dei suoi produttori, dell'interpretazione affascinante e geniale di grandi chef, corredato di fotografie stupende, mi ha reso totalmente debole alla tentazione di mangiare pasta, in continuazione.
Ho pure dimenticato completamente i problemi di linea che affliggono noi "giovani" donne di 43 anni, abbandonandomi così al piacere del palato. 

E sì perché proprio di un un piacere si tratta e mi spingo oltre, e direi quasi "carnale".
Addentare un bucatino cotto al dente o una mezza manica rigata su cui indugia intrigante del pomodoro profumato al basilico può dare un grande senso di appagamento.

In piena suggestione da libro, con la sobria e misurata acquolina che presto ha lasciato posto alla bava, mi sono diretta in cucina e ho preparato questa pasta con quel poco che avevo in casa e il risultato è stato altamente soddisfacente. W la pasta!

Bucatini con pomodori secchi, cipollotto, erbe aromatiche e briciole di pane

500g di Bucatini 
una manciata di pomodorini ciliegia secchi
un cipollotto
uno spicchio d'aglio
olio evo
foglie di basilico e di menta
origano
40g di pane raffermo tagliato a dadini
sale

Mettere su l'acqua in una pentola per cuocere la pasta. Nel frattempo in una padella dove poi si "salterà" la pasta, scaldare qualche cucchiaio d'olio a cui aggiungere il pane. Una volta dorato mettere  in una ciotola assieme a qualche foglia di basilico, menta e un po' di origano.
Nella stessa padella lasciare cuocere con dell'altro olio,  i pomodorini fatti a pezzetti  fino a quando non siano quasi croccanti. Aggiungerli alla ciotola, assieme al pane dorato.
Sempre nella stessa padella, mettere il cipollotto affettato finemente, lasciare imbiondire e se occorre aggiungere un po' dell'acqua che, nel frattempo, si sarà messa a bollire e in cui poi buttare la pasta. 
Una volta cotta al dente, scolare e saltare la pasta con il cipollotto, aggiungere il misto della ciotola, completare con altre foglie di basilico, menta e dell'altro origano e servire.

giovedì 8 giugno 2017

Dimenticare, ricominciare, ringraziare e…crumble di pesche al rosmarino e mandorle































E' ciò che mi propongo per questo mese di giugno, in effetti sono passati già 7 giorni dall’inizio come sono già passati anche  6 mesi ma faccio ancora fatica a capire da dove dovrei ricominciare, quando ci si sente così, esplosi in mille pezzi.
Ricomincio dalle mie mani, dalla mia testa, dalle mie passioni. Ricomincio da questo blog, l’unica cosa mia e che mi è rimasta. La difficoltà, però, è data dal fatto che non riesco a recidere con il passato.
Bisogna essere capaci di dimenticare quello che si è stati prima e soprattutto che si è posseduto e che è poi sparito per una volontà estranea alla propria, una volontà che si è subita. 
Bisogna ricollocarsi in un contesto che non ha più quei punti di riferimento, quella casa, quel lavoro, entrambi bellissimi. Tutto mi manca di quello che avevo, non riesco ancora a passare da quella strada che mi portava dritto a casa, la mia ex casa. 
Non riesco a non pensare al mio lavoro, all’amore e la passione che ci mettevo, se per caso mi capita di trovarmi in un bnb o sento qualcuno che parla di accoglienza ai turisti.
In entrambi i casi è tutto assai doloroso. 
Questo è un attaccamento alle cose, so che è sbagliato, so che sarebbe tempo di liberarmene ma nonostante tutti i buoni propositi non ci riesco. Non riesco a trovare una prospettiva che mi convinca e in cui identificarmi, capace di farmi tagliare con il passato. Anche perché il cambiamento è stato nettamente a ribasso e devo ancora riprendermi.
Rivedo le foto di piatti fotografati nella mia ex cucina, nella foto non si vede l’intero ambiente, ma a me basta vedere la luce o un dettaglio per ricordare dove e in quale angolo si trovava quel piatto. Da quando ho lasciato quella casa non sono riuscita a cucinare e quindi a fotografare. Qualche tentativo c’è stato ma è stato disastroso (anche perché molte cose, tra oggetti, stoffe e ammennicoli vari che usavo per i set, mi sono state portate via senza un motivo logico…).
Mi è stato detto che se avevo avuto dei risultati fino ad adesso, sia nel lavoro di b&b come per una foto, era dato dal fatto che abitassi quella casa, che dipendeva dalla bellezza del luogo, che di mio non mettevo nulla. 
Parole forti e per niente gentili, ma in questo periodo trascorso in un’ assoluta incapacità e apatia ho cominciato a pensarlo anch’io.
Forse prima di ricominciare, devo ricostruire, ricostruire me stessa, mettere insieme i punti di forza  e riflettere sui punti di debolezza e veder cosa si riesce a fare. 
Ma forse, prima di ogni altra cosa, dimenticare le persone che mi hanno ferito e poi infierito sul mio assoluto disagio, e ricominciare dalle persone che mi sono state accanto in tutti i modi, anche materialmente e che mi hanno “salvato” dal totale scoramento. 
E per questo sono più che fortunata e soprattutto grata a loro e alla vita che me li ha fatti incontrare. 
E sono grata a tutti gli amici virtuali che pur non conoscendomi personalmente, hanno sentito il bisogno di farmi sentire la loro stima, affetto, vicinanza. Ed è stato molto bello per me.
Allora ho pensato di proporre, in questo post, un dolce per ringraziare tutti quanti. 
E’ un dolce che propongo nei miei corsi di cucina sulle erbe aromatiche ma che non avevo mai fotografato. 
L’occasione poi si presentò un po' di tempo, fa quasi un anno, forse, quando un mio contatto di fb, mi chiese una ricetta con le pesche e lei in cambio realizzò un biglietto con il logo buccia di limone, bellissimo. Elisa, oltre a chiamarsi come me, è un cosiddetto contatto virtuale, non ci conosciamo di persona. Per una probabile affinità a distanza, una stima reciproca, è nato questo piccolo scambio. 
Episodi come questo mi dicono di continuare a scrivere da queste pagine perché vuol dire che qualcosa “passa” attraverso ciò che scrivo e ciò che cucino, non so effettivamente cosa ma non credo, alla fine, sia importante. Questa ricetta è quindi un simbolo di come le persone possano ritrovarsi anche virtualmente e sostenersi perchè al di là del mezzo usato, l'umanità e l'empatia esistono ancora. 

Ringraziare chi senza conoscermi mi è stato vicino mi sembrava un buon modo di ricominciare. Ricomincio da una pesca, magari lentamente, ma intanto ci provo. 
E’ una ricetta semplice con una nota insolita, magari sofisticata, come le cose che piacciono a me.
 Pescastrangefruit




















Crumble di pesche al rosmarino e mandorle

6 pesche
2 bei rami di rosmarino
60g di mandorle non pelate
150g farina integrale
100g + 50g di zucchero di canna
60g di burro
un pizzico di sale
la scorza grattugiata di un limone

Tritate le mandorle non troppo finemente con un rametto di rosmarino. In una ciotola mettere la farina, la scorza, i 100g di zucchero, il burro, il sale e le mandorle. Lavorate con le mani fino ad ottenere delle briciole mettete in frigo.
Nel frattempo accendete il forno a 180°C. Tagliate le pesche e scaldatele con un po' di burro e i 50g di zucchero e il secondo rametto di rosmarino. Non devono cuocere troppo, ma giusto insaporirsi.
Imburrate una terrina che può andare a tavola o  4 cocotte individuali, e riempiteli con le pesche, completate con il composto in briciole e mettete in forno nella parta bassa. Ci vorranno circa 25/30 minuti. Se la crosticina dovesse  prendere troppo colore, coprite con dell'alluminio.














martedì 17 gennaio 2017

nessuna ricetta, un congedo, una certezza















                             
Inizio questo post del nuovo anno con una domanda “siamo quello che ci portiamo appresso”?
E’ da un po’ di tempo che me lo chiedo. Può sembrare strana come domanda ma se si pensa alla semplice borsa che prepariamo prima di uscire e affrontare una giornata di lavoro o per andare a un appuntamento con un’ amica, o alla valigia, quando ci spostiamo per un week-end o due settimane, possiamo affermare che ciò che viene via con noi ci identifica, parla di noi, siamo noi?
Questa riflessione diventa ancora più significativa e più urgente nel caso di un trasloco, il mio trasloco.
Lascerò la mia casa e 17 anni della mia esistenza.
Il periodo più intenso della mia vita: un grande amore, un matrimonio, nuove amicizie e altre svanite, un terribile lutto, vari lavori; poi la realizzazione della casa, luogo del bello, espressione naturale di quel grande amore da cui ero partita per costruire qualcosa di stabile che potesse finalmente chiamarsi famiglia.
E’ stato il periodo in cui da ragazza sono diventata donna, in cui da giovane sono diventata meno giovane abituandomi ai cambiamenti del mio corpo e anche a quelli di una malattia strana e bizzarra di cui non ho mai parlato (forse, prima o poi, lo farò) e con cui convivo da 22 anni.
Lascerò la mia casa tanto amata, realizzata con sacrifici immensi: è stata luogo di ritrovo, accogliente e apprezzato, per gli amici e per gli ospiti che si sono alternati, soprattutto negli ultimi anni con l’esperienza, umanamente meravigliosa quanto preziosa, del b&b.

Poi succede che un giorno, come oggi, mi ritrovi a chiedermi chi sono.
Ho la sensazione che sia in gioco la mia identità, non ritrovando più gli schemi e i tratti che, alla superficie, mi hanno disegnata fino a qui e che hanno creato fino a oggi ciò che sono.
Perderò tanto di me, forse troppo.
Ero la mia casa. Ero il mio lavoro. Gli ospiti erano contenti e stavano bene.
La mia casa diventava un luogo più ricco di volti, di idiomi diversi, di esperienze ed emozioni. Nonostante la fatica ero felice, era gioia pura per me.
Ero la mia grande cucina, progettata da me, grigia e con i suoi piani in pietra chiara di Comiso, dalle venature che ricordano le linee tracciate da una matita impazzita. Inondata sempre dalla luce, a qualsiasi ora del giorno, con le vetrate a tutta parete che davano sul giardino e le finestre che davano sugli ulivi; ero questo spazio immenso in cui mi muovevo come su un palcoscenico mentre cucinavo o preparavo la colazione per i miei ospiti o in cui vedevo i loro volti felici, divertiti e pieni di stupore durante i corsi di cucina siciliana.
Ero il mio giardino e il suo profumo, le mie piante aromatiche, dalla menta prepotente al basilico greco, piccolo e intenso.
Ero il mio albero di limone, la lavanda, il gelsomino delle sere estive e la buganvillea; il pergolato con l’uva e il grande tavolo in legno e ferro, i gerani rossi lungo le scale e la salvia ornamentale che ondeggiava eterea con i suoi fiori, appena soffiava il vento o appena si poggiava una farfalla.
Ero il mio uliveto all’ora del tramonto quando una luce rosata lo ammantava e le foglie argentee degli alberi sembravano ancora più belle. Ero il cielo e le nuvole che sembravano entrare nella mia camera da letto o la striscia di mare che, dalla finestra del bagno, mi salutava tutte le mattine.
Ero questa pietra chiara e rosa dei muri e del giardino, la pietra, pece scura, dei pavimenti.
Ero il camino dalla fiamma ipnotica delle sere d’inverno.
Ero le cicale dal frinire incessante, spasmodico delle giornate estive.
Sono stata tutto questo e tutto questo non sarò più e quindi mi chiedo, cosa sarò?
Forse sarò ciò che potrò portare con me.
Nelle scatole del trasloco metterò oggetti di cucina e libri, vestiti e scarpe, qualche ceramica, foto, fogli di fortuna scritti in maniera assurda e indecifrabile, i taccuini ancora intonsi, quelli scritti e, tra questi uno preziosissimo, con tutte le ricette scritte dagli ospiti passati da qui.
Porterò via dei tavoli e dei divani, un letto, i mobili vecchi della nonna che dovrò mettere a nuovo ma che, per adesso, sono solo un fardello pesante di memoria. Porterò la biancheria, piatti, bicchieri e pentole.
Porterò via una vecchia Twingo ammaccata con i suoi 155.000 km e che consuma come un Porsche.
Porterò la luce immortalata attraverso le mie foto, quelle di questo blog e quelle dei piatti ancora da pubblicare. Quella luce che a ogni ora del giorno mi regalava emozioni uniche e che difficilmente avrò modo di ritrovare.
Porterò con me il dolore di aver perso un grande amore, sfortunato e incompreso, il ricordo di tutta questa bellezza o forse li lascerò lì, come è giusto che sia?
Ancora non so dove andrò. Non so ancora cosa riuscirò a inventarmi a 43 anni, senza un lavoro e senza una casa, con tanta stanchezza e un corpo un po’ ammaccato.

Mi aspettano ancora giorni intensi e difficili, in cui dovrò combattere ma passeranno e sopravviverò. E poi, però, vorrò vivere.











giovedì 1 settembre 2016

settembre, inizi e... spaghetti con peperoni, sesamo, acciughe e cipolle
























Settembre è il mese delle cose che cominciano: quando si era piccoli si aspettava l'inizio della scuola, all'università ricominciavano gli esami, da adulti è il mese dei ricordi delle vacanze appena terminate e del nuovo anno lavorativo da affrontare.
Settembre è sempre un inizio, in un ambiente non ancora del tutto mutato rispetto all'estate: giornate calde che niente hanno da invidiare a quelle di agosto, il mare e la sabbia sono invitanti ma si percepisce una luce in mutamento e i raggi di sole meno intensi.
Si sente la fine malinconica di qualcosa e la speranza di qualcosa che avverrà magari migliore di quello che è stato fino ad adesso. 
È il nono mese dell'anno, il nono mese, come in una maternità, l'inizio di una nuova vita.
Lo sarà sicuramente anche per me, un momento di svolta e rinascita, prospettive stravolte, confusione, cambiamenti che spazzano via tutto ciò che è stato adesso.
Sguardo necessariamente nuovo e prospettive incerte che andranno delineandosi man mano che si avvicinano.
Poche certezze, anzi forse neanche queste, un mirabolante caos a cui forse bisogna lasciarsi andare.
L'unico punto fermo rimane il sapore e il profumo delle cose e del cibo, ciò che ci permette anche di riconoscersi e ritrovarsi in momenti davvero assurdi.
Sicuramente tra le gli ortaggi per me imprenscindibili del periodo estivo ci sono i peperoni.
Qui li ho usati con il sesamo tostato, la cipolla dolce di Giarratana e il sapore marino delle acciughe. Un ottimo intingolo per degli spaghetti o qualsiasi altra pasta preferiate.



Spaghetti ai peperoni, acciughe e sesamo

2 peperoni
mezza cipolla di Giarratana
4 pomodori pixel
5 filetti di acciughe piccoli
due cucchiai di sesamo
basilico e timo
olio evo
350 g di spaghetti

Affettate la cipolla e fatela stufare con un po' d'olio. Aggiungete e fate sciogliere le acciughe. Lavate i peperoni e fateli a listarelle o a dadini. Pelate i 4 pomodori e fateli a pezzetti. Appena la cipolla è traslucida, aggiungete i peperoni, quando saranno morbidi aggiungete i pomodori. Lasciate cuocere un po' e alla fine aggiungete abbondante timo fresco e basilico.
Portate a ebollizione l'acqua e cuocete gli spaghetti. Nel frattempo tostate il sesamo facendo attenzione a non bruciarlo.
Saltate gli spaghetti nel tegame dei peperoni, date una bella girata affinchè non sia tutto ben insaporito, aggiungete ancora un po' di timo e basilico e per ultimo il sesamo, servite.

lunedì 25 luglio 2016

a chi ama il gelato e la granita racconto la storia di "Tasta"

















































In un pomeriggio di qualche settimana fa, in una Milano canicolare, ho ceduto alle lusinghe di qualcosa di fresco capace di aiutare il mio corpo a compensare l'eccesso di gradi esterni. Ed è stato così che sono entrata da Tasta in corso Garibaldi 111.
La scelta non è stata casuale, è una gelateria non solo siciliana ma di Modica, la mia città.
Nelle mie scorribande nordiche mi capita spesso d'imbattermi in locali che vantano una cucina siciliana, prodotti siciliani, pasticceria siciliana, gelati e granite siciliane.
Molto raramente, però, ho trovato prodotti all'altezza e degni della nostra tradizione, spesso mi sono vista presentare prodotti pessimi o assai dozzinali.
Per un orgoglio d'appartenenza alla mia città e attratta dalle lusinghe di un'insegna con su scritto "granite" sono entrata in questa gelateria per vedere cosa proponesse, sia per qualità di ingredienti sia per esecuzione, pronta a tirare le orecchie o a lanciare strali se fossi rimasta delusa per l'ennesima volta, anche perché in gioco c'era la reputazione di Modica.
Ebbene, appena entrata un sorriso mi ha accolto, mi sono state date indicazioni sui prodotti e sui gusti.
Senza fare nessun cenno alla mia provenienza, ho ascoltato per verificare quanto di vero ci fosse in quelle parole. Poi ho scorso i gusti delle granite e dei gelati e ho ordinato subito la granita di gelsi che purtroppo era terminata, per cui ho ripiegato, si fa per dire, su quella di fragole di Ribera e quella di mandorle di Avola.
Già dalla consistenza della granita che mi veniva offerta ho capito che stavolta il buon nome della mia città era salvo. Chi mi accompagnava ha preso una brioche con il gelato, pistacchio di Bronte e limone femminello di Siracusa, entrambi ottimi!
Densità perfette, sapore e profumo intensi e avvolgenti, tutto corrispondeva alla mia idea di gelato e di granita.
Mi sono sentita a casa già al primo cucchiaino: non ero più a Milano ma in corso Umberto, a Modica, vicino alla Chiesa di San Pietro, sulla scalinata, con lo sguardo volto al quartiere di Cartellone, tra il vocio dall'accento familiare dei passanti.


















































Tornata in Sicilia ho voluto conoscere la storia di questa gelateria già presente a ModicaMarina di Modica, Marina di RagusaMarzamemi e Bologna. E così in una giornata di luglio con il vento non tra i capelli, ma a rischio tromba d'aria, incontro Peppe Flamingo, proprietario e ideatore di Tasta.
Mentre le raffiche di vento facevano vorticare il vorticabile, Peppe comincia a raccontarmi la storia di Tasta. 
Tra l'altro, tasta deriva dal verbo siciliano tastare che vuol dire assaggiare; in questo caso, almeno io, l'ho sempre letto come una perentoria esortazione "tasta!" "assaggia!" anche se nel logo non vi è traccia del punto esclamativo, cosa lodevole.

















































Chi è modicano come me, già avrebbe dovuto capire subito dal cognome di Peppe che il gelato, in maniera quasi diretta, potesse fare parte della sua esistenza.
Flamingo è il nome che si trova stampigliato sulle cialde da cono da quando ho memoria.
Il nonno, di cui Peppe porta il nome, nel 1960 cominciò a produrre cialde da gelato che continuano a essere prodotte ancora oggi.
Così questo ragazzo, cresciuto tra il profumo delle cialde, acquisisce un'esperienza nel campo della gelateria e, dai contatti con i maestri gelatai, attinge nozioni, tecniche che lo convincono sempre di più a creare e perfezionare un prodotto diffuso e tanto amato come il gelato.
Tasta è un progetto in divenire, dinamico, in cui è implicita una continua ricerca, che tende al gelato perfetto ma, d'altro canto, si sa, la perfezione non si raggiunge mai ed è ciò che rende il tutto ancora più stimolante.
Tasta parte dal principio che il buon gelato deve essere un piacere alla portata di tutti e che può, esso stesso, essere fonte indiretta per fare del bene.
Da tale premessa il gelato di Tasta utilizza le migliori materie prime, biologiche, provenienti dal fair trade, prodotti di presidi Slow food e di eccellenza locali (il cioccolato di Modica, la mandorla pizzuta di Avola, il pistacchio di Bronte, la fragola di Ribera, il limone femminello di Siracusa) quindi da fattorie e produzioni che rispettano l'ambiente e gli animali, inoltre l'offerta dei gusti è tale per cui si trova quello senza lattosio, senza uova per chi questi ingredienti non può assumerli.
E poi, per sottolineare che il gelato fa bene non solo a chi lo mangia, Peppe mi parla, anche se con un certo pudore, di questa iniziativa di solidarietà, in atto in tutte le gelaterie del marchio, per cui l'1 per cento degli incassi va devoluto ad associazioni benefiche che operano nel territorio.
Finito l'incontro sono tornata a casa con un carico di entusiasmo e di speranza.
Peppe è un baldo giovanotto mosso da una grande passione per il gelato, ovviamente, ma anche per le cose fatte bene, con cura, fiero della propria terra ma con uno sguardo critico, aperto al mondo e al confronto. Appartiene a quelle personalità che mi danno speranza in questo luogo dal potenziale immenso che è la Sicilia, ma che è spesso e volentieri bistrattato dagli stessi suoi abitanti, da amministratori incapaci e miopi, vera causa dello stentato sviluppo di quest'isola.
Tanti i buoni motivi per andare da Tasta: ottimi gelati, ottime granite, una storia che parla di ricerca e attenzione per gli altri e per l'ambiente.


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