Pomodori panati al forno



Lo vedete quel raggio di luce che colpisce la foglia di basilico?
In quell'ora del pomeriggio la cucina è completamente inondata dal sole. 
Giugno ancora mi permette di godere di questa invadenza, non è luglio e neanche agosto con il caldo torrido consono alla stagione. In quei mesi chiudo le tapparelle e cerco di fronteggiare il calore come posso.
Giugno è ancora clemente, mi concede di poter cucinare a quell'ora e di fotografare anche se la luce può risultare eccessiva.
Dopo i mesi chiusi in casa, con la pioggia e i cieli grigi invernali, un aprile timido e un maggio avaro di belle giornate, giugno è l'entrata dell'estate. 
Abbiamo ripreso a vivere quasi normalmente, hanno riaperto i mercati ed ecco che ho ripreso il mio rito del sabato: il mercato al mattino presto e poi un salto in libreria e magari una colazione con qualche amico o amica.
Questo rito per me è quasi sacro e mi è mancato tantissimo in questi mesi. 

Farsi portare la spesa a domicilio non è la stessa cosa, non si trova lo stesso piacere di scegliere, guardare in faccia le verdure che prenderai e che cucinerai. Mi è mancato chiacchierare con i produttori, scambiare quelle quattro parole necessarie per poter dire che siamo socievoli e sociali. 
Tra i miei banchi preferiti c'è quello di una coppia assai gentile e garbata. Vendono soprattutto pomodori che risultano essere tra i migliori e sono anche tra i pochi che coltivano i cuori di bue, una tipologia di pomodoro che non è molto comune qui da noi.

Pensate che io li scoprii in Piemonte, circa 25 anni fa, in quel di La Morra. 
Erano coltivati da una gentile e anziana signora pugliese, la signora Oberto. Era stata una di quelle ragazze, che nel passato, in pieno boom economico ma anche in pieno periodo di forte emigrazione dal sud al nord, e dall'Italia all'estero, venivano sposate per procura con contadini del nord Italia. 
Arrivavano in quella che sarebbe stata la loro nuova casa, senza mai aver conosciuto quello che era di fatto il marito, forse le più fortunate lo avevano visto in una piccola e sbiadita fotografia; non avevano nemmeno idea di quello che era il luogo che le avrebbe ospitate per il resto della loro vita, diverso dal loro sotto tanti aspetti: culturali, climatici, per usi e consuetudini.
Questa storia mi sconvolse: ho immaginato la paura, i pianti repressi, lo smarrimento e la rassegnazione di queste giovani donne appena maggiorenni che lasciavano, forse gli affetti (perchè non sempre si stava bene in famiglia e forse questa tipologia di matrimonio rimaneva l'unica via di fuga o tentativo di migliorare la loro condizione sociale ed economica), i loro paesaggi assolati e aspri, fatti di ulivi e carrubi, mandorli e grano per ritrovarsi tra le dolci e brumose colline delle Langhe o del Monferrato, tra noccioli, viti, noci e peschi. Non si trattava di quelle più fortunate che erano dirette verso i nuovi mondi come le Americhe o l'Australia, ma di quelle che potevano sperare di trovare meno povertà rispetto a quella che lasciavano e la prospettiva di tanto e duro lavoro nei campi.

Ricordo ancora le mani ormai rovinate dal lavoro e segnate dal tempo della signora Oberto che mi offriva questo grosso e succoso pomodoro che non avevo mai visto fino ad allora. La polpa compatta, a volte farinosa al palato e un gusto non preponderante che ben accoglieva del buon olio pugliese che la Signora Oberto era solerte ad offrire. 

Un piatto in vetro marrone, una cerata a fiori gialli su ghirlande rosse, un coltello dal manico di legno e la bottiglia scura dell'olio, qualche fetta di una grossa pagnotta. Non aveva avuto figli e io ero una ragazzina appena ventenne meridionale con tutto il mio accento del sud e credo che questo la rendeva particolarmente gentile nei miei confronti: le ricordavo la sua terra, sentiva che finalmente poteva condividere un'appartenenza più che a un luogo a un modo di essere legato al sapore di quel pomodoro cresciuto al sole e a quell'olio.

Tornando a oggi, al mio mercato e ai pomodori cuori di bue, con un pensiero dolce a quella gentile e silenziosa signora pugliese, vi do una ricetta che rappresenta il sole del sud e i suoi sapori.

Fette panate con un trito aromatico tutto mediterraneo.


Pomodori panati al forno

500g di Pomodori cuori di bue o altra tipologia grande che permetta di fare delle belle fette
200g di pangrattato
100g di farina di mais integrale (se non ne avete, potete usare del pangrattato)
100g di formaggio stagionato grattugiato
una manciata generosa di capperi dissalati
Molto tra basilico, maggiorana, origano, prezzemolo e menta
2 uova
olio evo
sale
pepe


Accendete il forno a 180°C.

Prendete i pomodori, privateli dal picciolo e tagliateli a fette di circa mezzo centimetro e mettete da parte.
In un mixer mettere il pangrattato, la farina di mais, il formaggio, il pepe, un pizzico di sale, i capperi e date un primo giro. Poi unite le erbe aromatiche e date ancora qualche giro fino ad avere un trito come quella che vedete qui in foto.



In un piatto fondo rompete le uova, mettete un pizzico di sale e sbattete con la forchetta.
Mettete in un piatto largo il trito aromatico.

Preparate due teglie grandi con della carta forno.

Prendete ogni fetta di pomodoro e passatela prima nell'uovo e poi nel trito aromatico. Ricopritele per bene
e adagiatele sulla teglia.

Terminate con tutte le fette e prima di mettere in forno date un giro d'olio.

Lasciate in forno fino a quando non diventano dorate, circa 15/20 minuti.




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