martedì 17 gennaio 2017

nessuna ricetta, un congedo, una certezza















                             
Inizio questo post del nuovo anno con una domanda “siamo quello che ci portiamo appresso”?
E’ da un po’ di tempo che me lo chiedo. Può sembrare strana come domanda ma se si pensa alla semplice borsa che prepariamo prima di uscire e affrontare una giornata di lavoro o per andare a un appuntamento con un’ amica, o alla valigia, quando ci spostiamo per un week-end o due settimane, possiamo affermare che ciò che viene via con noi ci identifica, parla di noi, siamo noi?
Questa riflessione diventa ancora più significativa e più urgente nel caso di un trasloco, il mio trasloco.
Lascerò la mia casa e 17 anni della mia esistenza.
Il periodo più intenso della mia vita: un grande amore, un matrimonio, nuove amicizie e altre svanite, un terribile lutto, vari lavori; poi la realizzazione della casa, luogo del bello, espressione naturale di quel grande amore da cui ero partita per costruire qualcosa di stabile che potesse finalmente chiamarsi famiglia.
E’ stato il periodo in cui da ragazza sono diventata donna, in cui da giovane sono diventata meno giovane abituandomi ai cambiamenti del mio corpo e anche a quelli di una malattia strana e bizzarra di cui non ho mai parlato (forse, prima o poi, lo farò) e con cui convivo da 22 anni.
Lascerò la mia casa tanto amata, realizzata con sacrifici immensi: è stata luogo di ritrovo, accogliente e apprezzato, per gli amici e per gli ospiti che si sono alternati, soprattutto negli ultimi anni con l’esperienza, umanamente meravigliosa quanto preziosa, del b&b.

Poi succede che un giorno, come oggi, mi ritrovi a chiedermi chi sono.
Ho la sensazione che sia in gioco la mia identità, non ritrovando più gli schemi e i tratti che, alla superficie, mi hanno disegnata fino a qui e che hanno creato fino a oggi ciò che sono.
Perderò tanto di me, forse troppo.
Ero la mia casa. Ero il mio lavoro. Gli ospiti erano contenti e stavano bene.
La mia casa diventava un luogo più ricco di volti, di idiomi diversi, di esperienze ed emozioni. Nonostante la fatica ero felice, era gioia pura per me.
Ero la mia grande cucina, progettata da me, grigia e con i suoi piani in pietra chiara di Comiso, dalle venature che ricordano le linee tracciate da una matita impazzita. Inondata sempre dalla luce, a qualsiasi ora del giorno, con le vetrate a tutta parete che davano sul giardino e le finestre che davano sugli ulivi; ero questo spazio immenso in cui mi muovevo come su un palcoscenico mentre cucinavo o preparavo la colazione per i miei ospiti o in cui vedevo i loro volti felici, divertiti e pieni di stupore durante i corsi di cucina siciliana.
Ero il mio giardino e il suo profumo, le mie piante aromatiche, dalla menta prepotente al basilico greco, piccolo e intenso.
Ero il mio albero di limone, la lavanda, il gelsomino delle sere estive e la buganvillea; il pergolato con l’uva e il grande tavolo in legno e ferro, i gerani rossi lungo le scale e la salvia ornamentale che ondeggiava eterea con i suoi fiori, appena soffiava il vento o appena si poggiava una farfalla.
Ero il mio uliveto all’ora del tramonto quando una luce rosata lo ammantava e le foglie argentee degli alberi sembravano ancora più belle. Ero il cielo e le nuvole che sembravano entrare nella mia camera da letto o la striscia di mare che, dalla finestra del bagno, mi salutava tutte le mattine.
Ero questa pietra chiara e rosa dei muri e del giardino, la pietra, pece scura, dei pavimenti.
Ero il camino dalla fiamma ipnotica delle sere d’inverno.
Ero le cicale dal frinire incessante, spasmodico delle giornate estive.
Sono stata tutto questo e tutto questo non sarò più e quindi mi chiedo, cosa sarò?
Forse sarò ciò che potrò portare con me.
Nelle scatole del trasloco metterò oggetti di cucina e libri, vestiti e scarpe, qualche ceramica, foto, fogli di fortuna scritti in maniera assurda e indecifrabile, i taccuini ancora intonsi, quelli scritti e, tra questi uno preziosissimo, con tutte le ricette scritte dagli ospiti passati da qui.
Porterò via dei tavoli e dei divani, un letto, i mobili vecchi della nonna che dovrò mettere a nuovo ma che, per adesso, sono solo un fardello pesante di memoria. Porterò la biancheria, piatti, bicchieri e pentole.
Porterò via una vecchia Twingo ammaccata con i suoi 155.000 km e che consuma come un Porsche.
Porterò la luce immortalata attraverso le mie foto, quelle di questo blog e quelle dei piatti ancora da pubblicare. Quella luce che a ogni ora del giorno mi regalava emozioni uniche e che difficilmente avrò modo di ritrovare.
Porterò con me il dolore di aver perso un grande amore, sfortunato e incompreso, il ricordo di tutta questa bellezza o forse li lascerò lì, come è giusto che sia?
Ancora non so dove andrò. Non so ancora cosa riuscirò a inventarmi a 43 anni, senza un lavoro e senza una casa, con tanta stanchezza e un corpo un po’ ammaccato.

Mi aspettano ancora giorni intensi e difficili, in cui dovrò combattere ma passeranno e sopravviverò. E poi, però, vorrò vivere.











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